Il Tirreno

Livorno

«Noi ebrei costretti a vivere nella paura»

di Giulio Corsi
«Noi ebrei costretti a vivere nella paura»

Dopo la pubblicazione dei mille nomi di famiglie livornesi un sito neonazista diffonde l’indirizzo di un asilo e una macelleria

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LIVORNO. «La paura è dentro di noi, sempre». Piero Cassuto è livornese da generazioni, erede di quel Dario Cassuto prosindaco di Livorno eletto nel 1919 primo senatore ebreo della città, a sua volta erede di una famiglia di agiati commercianti che dal 1700 si era trasferita in quella che un tempo era chiamata la Nazione Ebraica d’Italia.

Ex manager specializzato in franchising per marchi internazionali di moda, ex presidente della comunità ebraica, numero uno di B’nai B’rith, organizzazione umanitaria giudaica diffusa in tutto il mondo, anche il cognome della sua famiglia, come quello di mille altri livornesi, è finito nella lista di proscrizione pubblicata due giorni fa da Holy War, sito delirante in cui si professa la difesa della cristianità dalla mafia ebraica. E ieri, quando ha scoperto che su un altro sito americano, Stormfront.org, comunità virtuale di nazionalisti bianchi bazzicata da estremisti di tutto il mondo, era pubblicato addirittura l’indirizzo della scuola materna ebraica e di una macelleria israeliana, il suo cuore ha avuto un altro sussulto e nei suoi occhi si sono accesi sentimenti di dolore e di rabbia, immagini viste da bambino che 70 anni dopo hanno ancora i colori nitidi della tragedia. «Eravamo cinque, vivevamo in Toscana, io i miei genitori i miei fratelli. C’era un’altra famiglia accanto alla nostra: cinque anche loro, Cassuto anche loro. Loro padre si chiamava Davide. Era mio zio. Li portarono via. Non sono più tornati». Si ferma un attimo, si asciuga una lacrima. Chiede addirittura scusa per aver ceduto al sentimento. Poi continua: «Da quando avevo 11 anni, ogni volta che sento parlare di antiebraismo o di antisemitismo un brivido mi corre sulla pelle. E subito dopo il brivido, un’eruzione di bontà alla rovescia. Capite che cosa intendo dire...».

Cases, Cassan, Cassato, Cassuto, Castel Franco, Castelfranco. Piero Cassuto ascolta la parte che lo riguarda del lunghissimo “elenco dei cognomi più frequenti degli ebrei e dei falsi convertiti di Livorno” pubblicato da Holy War in una pagina intitolata “Il problema della sinagoga di Satana”. E’ un viaggio nel tempo, dal 1938 al 2012, in altre liste che per gli ebrei sembrano non finire. «La nostra memoria ricorda tutto: avevamo quattro, cinque anni, i figli dei nazifascisti non volevano giocare con noi, ci chiamavano sporchi, ebrei spie degli inglesi. I loro genitori gli facevano la lista di chi dovevano emarginare, anche nei giochi. Quella lista, anche per noi bambini è continuata ad esistere a scuola, dove non siamo potuti andare fino al 1944. Pensare che c’è ancora qualcuno che compila una lista con i nostri nomi, forse più dettagliata di quella che ha la comunità ebraica è terribile». E spaventoso. Ma il sentimento della paura ha contorni particolari per gli ebrei. «La paura è dentro di noi, ma purtroppo siamo abituati a quello che sta succedendo. Noi vecchi che siamo passati dalla Shoah ci conviviamo da quando siamo bambini, e ai nostri figli, ai nostri nipoti insegniamo quotidianamente che devono sapere, studiare, ma devono anche lottare. Perché il pericolo c’è sempre, è in agguato». Vivere così, col terrore di una nuova Tolosa, di un criminale accecato da falsi miti, che una mattina prende una lista da internet e punta il mirino del suo fucile su una scuola livornese o su una macelleria o su un cognome preso da una lista, è angoscia. Ma gli ebrei non si sono mai fermati davanti alla paura. «Ebrei da tutto il mondo partirono per Israele per la guerra dei sei giorni. E un mese dopo tutti erano di nuovo al lavoro, alla loro vita». E’ per questo che Cassuto dice che i suoi figli, i suoi nipoti devono lottare, continuando a vivere la loro vita, con la paura e senza paura. E lottare significa due cose: prima di tutto pensare a Israele, difenderla in tutti i modi. E poi non minimizzare mai certi fatti. «Israele va difesa, va lascia ai nostri figli e i nostri figli dovranno lasciarla ai loro - continua Cassuto -. Se ci fosse stata ai tempi della Shoah, avremmo vissuto tutti lì. Ma fuori da Israele è fondamentale che l’attenzione sia sempre massima, che si capisca che è un pericolo chi nega la Shoah, che tutti, noi ebrei per primi, siamo molto determinati per far capire che ogni gesto ha un significato e per ricordare che anche in Italia, prima delle leggi razziali, molti erano convinti che qui mai sarebbero accaduti certi fatti».

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