Gioco
Da Livorno ad Harlem a caccia di artisti
«New York è un sogno: insegno all’università, lavoro al MoMa, in Italia sarebbe stata dura»
di M. Antonietta Schiavina
Da bambino giocava come i suoi coetanei, aveva le stesse loro passioni, gli stessi sogni. Ma, respirando arte fin dalla nascita, perché in famiglia l'aria era questa, una volta cresciuto ha trasformato il "respiro" in ragione di vita. Oggi Raffaele Bedarida, trentatré anni, livornese da generazioni e rampollo di una nota famiglia ebraica molto legata alla nostra città, vive a New York con la moglie Dafne.
Lì ha fondato insieme a Ruggero Montrasio, noto gallerista, l'Harlem Studio Fellowship, casa per giovani artisti, seguendo i talenti passo dopo passo nel loro percorso e aiutandoli, quando se ne intravedono le qualità, a farsi largo nel mondo blindato dell'arte, dove è molto difficile emergere solo grazie al proprio talento.
Bedarida quando ha deciso di dedicarsi all'arte?
«Prima che potessi rendermene conto. È una passione che ho ereditato da mio padre e che ho coltivato fin da piccolo senza mai stancarmi».
Qual è stato il suo percorso dalla laurea in poi?
«Dopo aver studiato a Siena ed essermi laureato in Storia dell'arte mi sono trasferito a Roma, da dove per tre anni ho fatto il pendolare per frequentare la Scuola di specializzazione presso la Certosa di Pontignano, un luogo meraviglioso nella campagna senese. In quello stesso periodo con alcuni amici ho aperto Davar, un "buco" a Trastevere che chiamavamo spazio espositivo, dove cisiamo fatti le ossa, organizzando con poche lire mostre di artisti giovanissimi».
Davar, che strano nome. Cosa significa?
«In ebraico significa cosa o parola. Ci sembrava un nome adatto all'arte contemporanea, soprattutto perché era a Trastevere, un tempo quartiere ebraico della capitale».
Poi cosa è successo?
«Nel frattempo, grazie al professor Enrico Crispolti dell'università di Siena, la mia tesi si trasformò in un libro, dedicato all'artista Bepi Romagnoni, uscito poi nel 2005. Ma nei miei progetti c'era da sempre quello di andare a New York. Intanto perché ci vivevano i miei nonni (il nonno materno, Gastone Orefice, vi lavorava come corrispondente della Rai, ndr) e poi perché è una città pazzesca... Con Dafne, che in quegli anni era la mia ragazza e oggi è diventata mia moglie abbiamo fatto domanda per il dottorato. Io per quello in storia dell'arte contemporanea, lei in biologia molecolare. Sapete com’è andata? Abbiamo vinto tutti e due con ottime borse di studio e siamo partiti insieme alla volta degli Sati Uniti».
Da quanto tempo manca da Livorno?
«L'ho lasciata subito dopo la maturità. Ma quando ero a Siena e successivamente a Roma ci tornavo spessissimo e molto volentieri. Ora farlo è più complicato. Però ci ritorno almeno una volta all'anno, soprattutto per vedere le tantissime persone care e per convincere il Seghieri, quello della torta davanti al liceo classico ad aprire una filiale sulla Fifth Avenue».
Cosa le manca di Livorno oltre alle persone care e alla torta del Seghieri?
«Potrà sembrare paradossale, ma nella città con più ebrei del mondo mi manca la comunità ebraica con cui sono cresciuto, che è eccezionale».
E Livorno?
«Meglio non fare confronti tra il Sonnino e Coney Island, perché preparo subito le valigie!».
Come si svolge la sua giornata americana?
«Varia molto, ma in genere non corrisponde all'idea frenetica che ci si potrebbe aspettare. Passo più tempo tra biblioteche, archivi e studi d'artista che alle inaugurazioni. E nonostante Dafne dica scherzando che il mio lavoro consiste nel bere "birrini" con gli artisti, trascorro giornate intere a scrivere, a preparare le mie lezioni e a insegnare... Quando c'è il sole mi muovo in bicicletta e la sera preferisco i locali scalcagnati di Harlem dove si improvvisa il jazz ai club impettiti del Meat-packing District».
E' complicato come in Italia occuparsi d'arte negli Stati Uniti o è più semplice?
«Spesso mi capita di sentirmi dire: "Ma come, dall'Italia vieni a occuparti d'arte in America?!". Però, a parte il fatto che per l'arte contemporanea New York non ha pari, in generale ho trovato il mondo dei musei e dell'università americano molto più aperto e ricettivo di quello italiano: senza conoscere nessuno e senza imbarcarmi in infiniti stage non pagati, sono riuscito in pochi anni a insegnare in un'università prestigiosa e a lavorare in musei come il MoMa e il Guggenheim, dove ho un contratto di "lecturer". Tutti obiettivi che qui in Italia sarebbe stato molto più complicato raggiungere».
Pensa di tornare in Italia in futuro o la sua vita ormai è legata a New York?
«Per ora Dafne e io viviamo qui e ci stiamo bene. Ma se un giorno si presentassero opportunità nell'arte e nella ricerca scientifica saremmo felici di rientrare nel nostro paese».
Ha mantenuto i contatti con i suoi amici d'infanzia o "lontan dagli occhi"…?
«Con alcuni sì. Molti di loro sono venuti a trovarmi a New York e ancora adesso accade raramente che Dafne e io trascorriamo un mese intero senza avere ospiti».
Pro e contro della vita americana. Ce li racconti...
«La realtà che conosco è molto limitata e particolare: negli ambienti che frequento gli americani sono ben pochi. Ma è proprio questa dimensione multiculturale la qualità che più apprezzo: mi piace essere circondato da gente che arriva da tutto il mondo per fare qualcosa con passione».
E i contro?
«Sono in questo stesso concetto: è una dimensione che ha come risvolto negativo l'atmosfera competitiva con derive di aggressività, a volte scadenti nel ridicolo... Ma il difetto più grande della vita americana sta nello stato sociale: soprattutto la sanità è un disastro!».
Cosa fa quando non lavora?
«La sensazione è sempre quella di non far nulla perché ci sono talmente occasioni in giro, che mentre ne cogli una ti rendi conto di aver perso altri mille concerti, mostre, film, birrini con gli artisti... O anche questo è lavoro?»
Si guadagna bene occupandosi d'arte?
«Non c'è pericolo che io mi arricchisca, ma riesco a vivere comodamente. E se si calcola che New York è decisamente una città molto cara...».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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