Il Tirreno

Livorno

Inutile prendersela con la tradizione dei “Cento giorni”

Dopo la polemica di Giannini sullo spreco di soldi legato all’usanza intervengono alcuni docenti delle superiori

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LIVORNO.

Va bene che la scuola è importante e saltare un giorno di lezione vuol dire buttar via soldi della collettività, ma il rito dei “cento giorni” è ormai consolidato, e non va criminalizzato. Questa, in poche parole, l’opinione di alcuni dirigenti scolastici delle scuole superiori cittadine, che non se la sentono di puntare il dito contro gli alunni che due giorni fa invece di sedersi al proprio banco sono andati a Pisa e, nel pieno rispetto di un’usanza che va avanti da lustri, hanno toccato la lucertola sul portale del duomo e poi si sono messi a fare riti scaramantici d’ogni tipo (dai cento passi alle cento toccate di sedere). Dopo l’intervento di Lamberto Giannini (professore all’Enriques e consigliere comunale Sel), che sul suo profilo facebook ha bacchettato gli studenti che hanno partecipato al rito dei cento giorni dalla maturità, facendo presente come questo implichi buttar via soldi pubblici (2mila euro a classe, ha ipotizzato Giannini), alcune presidi riflettono su queste affermazioni. Nedi Orlandini, preside dell’’Isis Niccolini Palli, spiega che «è un’usanza scaramantica ed esiste in tutte le città. È qualcosa di trasversale». Certo Orlandini non nega che sia uno spreco, di soldi e di opportunità di apprendimento. «Che sia uno spreco nessuno può metterlo in dubbio e come dirigente capisco che gli studenti perdono un giorno di lezione. Ma va anche detto che per l’occasione dei “cento giorni” le classi non sono deserte. Da noi per esempio alcuni studenti sono venuti a scuola e hanno fatto lezione regolarmente. Chi è stato assente sa che dovrà recuperare gli argomenti trattati quel giorno».

Comprensiva con gli studenti e con la loro esigenza di esorcizzare il fantasma dell’esame di maturità anche Cristina Grieco preside dell’Isis Vespucci-Colombo. «Sì, è una perdita di tempo - dice Grieco - anche perché gli insegnanti quel giorno sono a scuola e in quinta a tre mesi dall'esame fa comodo studiare. E poi dispiace se si pensa al costo di ogni giorno di scuola, però credo si perda di più, in termini economici, con autogestioni, occupazioni e assemblee». Non solo, perché secondo la preside Grieco «non venire a scuole per i cento giorni è come un simbolo. L’ultimo giorno di festa prima del rush finale verso l’esame. E poi per i ragazzi è un modo per entrare in contatto con quello che potrebbero decidere di fare dopo. l’Università».

Insomma, secondo i presidi, il rito dei “cento giorni” non va stigmatizzato. «Lunedì mi trovavo a Pisa per caso - conclude Grieco - e ho visto centinaia di studenti in gruppo, che non facevano niente di male. La città era bellissima, in un’atmosfera tranquilla. Diciamo che è una specie di festa da ricordare».

(a.c.)

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di Redazione web