Proteste
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LIVORNO. «Meno male che doveva essere una riunione riservata: la mattina dopo ce la siamo ritrovata sul giornale». Non nasconde il proprio disappunto uno dei protagonisti del faccia a faccia di...
LIVORNO. «Meno male che doveva essere una riunione riservata: la mattina dopo ce la siamo ritrovata sul giornale». Non nasconde il proprio disappunto uno dei protagonisti del faccia a faccia di lunedì sera nella federazione Pd di via Donnini: attorno a un tavolo i vertici delle istituzioni (Cosimi, Kutufà e Picchi), i responsabili del partito (De Filicaia e Lippi) e la parte di area Pd nel vertice della Compagnia portuale (Raugei, Dalli,Franchini, Boccone).
L’incontro ha avuto un copione standard: Pd e istituzioni hanno provato la “moral suasion” per chiedere alla Compagnia di valutare bene l’offerta della cordata livornese e i contraccolpi di una crescita dei genovesi in porto. Anzi, è stato proprio un pressing a tutto campo: un dibattito franco e appassionato, sarebbe stato definito nella liturgia Pci per segnalare la temperatura incandescente del dibattito. Ingerenza nei fatti interni di una azienda? Ma qui è in ballo il destino del porto e il lavoro di una delle principali realtà dell’economia livornese.
Mai finora si era registrata una così netta divaricazione fra gli orientamenti del “partitone” e quelli della Compagnia. Mica che Italo Piccini fosse uno che obbediva al Pci e stop, senza contare che i tempi sono arcicambiati sia in politica che sulle banchine.
Sta di fatto che il vertice della Compagnia si è compattato senza troppe differenze di appartenenze di partito al proprio interno. Lo aveva fatto capire già nel voto per il rappresentante dei lavoratori in comitato portuale: plebiscito record per Marchesini, storico dirigente della Compagnia; consensi limitati per i due dirigenti Cgil.
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