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Protesi mammarie, analisi per centinaia di cartelle
L’Asl spiega perché è nata la commissione di inchiesta: solo in un caso impiantato un prodotto francese “incriminato”, non esiste alcun allarme. Verifiche in corso
LIVORNO. Ad una prima verifica non risultavano impianti di protesi mammarie Pip, prodotte in Francia e “incriminate” nelle ultime settimane perché facili alla rottura e prodotte con un silicone con caratteristiche diverse da quello autorizzato. Poi un secondo controllo ha fatto emergere che invece, almeno in un caso, era stata impiantata una delle protesi prodotte oltralpe. Questo il motivo che ha portato l’Asl 6 a costituire una commissione di inchiesta interna per verificare «la corretta osservanza delle procedure di impianto». Così si legge nella determinazione numero 82 del 26 gennaio scorso, a firma del direttore generale Monica Calamai.
Ieri, dopo tre giorni in cui i vertici dell’azienda sanitaria hanno preferito non rilasciare dichiarazioni sulla vicenda, alcune spiegazioni sono arrivate dal direttore sanitario dell’Asl 6 Luca Lavazza, che ha sottolineato come tutto sia legato a una verifica delle «anomalie di registrazione» .
«La vicenda parte da un’indicazione del ministero - precisa Lavazza - che ha chiesto a tutte le strutture sanitarie nazionali di verificare l’eventuale uso di protesi mammarie Pip (la sigla sta per Poly Implant Prothese, ditta francese che le produce, ndr), per le quali sono possibili effetti avversi». Così l’azienda sanitaria livornese ha avviato i controlli. «La prima verifica - prosegue Lavazza - è stata fatta tramite il settore delle registrazioni degli acquisti ed è emerso che non erano mai state impiantate protesi di quel tipo».
Il problema è emerso dopo, quando - come si legge anche nella determina che dà l’ok all’avvio della commissione di inchiesta interna - un medico dell’ospedale ha fatto presente di aver installato, negli anni passati, uno degli impianti mammari “incriminati”. Ovvia la preoccupazione dell’Asl, che ha deciso di approfondire la questione. «Abbiamo avviato l’indagine e costituito la commissione di inchiesta interna - dice ancora Lavazza - per capire i motivi delle differenze tra la prima verifica, fatta tramite il settore registrazione acquisti, e la seconda, fatta tramite l’analisi delle cartelle cliniche». In pratica l’Asl sta riprendendo in mano centinaia di cartelle cliniche di donne che negli ultimi anni hanno avuto l’impianto di una protesi mammaria (gli interventi di questo tipo sono circa un centinaio all’anno) per avere la certezza che non siano state usate altre protesi Pip. «L’indagine sta per concludersi - termina Lavazza - e finora non abbiamo riscontrato altri interventi con impianti di questo tipo». Intanto l’Asl ha provveduto a contattare la paziente (finora l’unica) su cui era stata installata una delle protesi “incriminate”, per avviare le procedure di sostituzione.
Questa la spiegazione di Lavazza, che ieri ha accettato di fornire chiarimenti sulla vicenda. Poco dopo la telefonata con il direttore sanitario l’Asl ha inviato anche un breve comunicato stampa. «Il direttore sanitario e amministrativo - recita il documento - tengono a precisare che non esiste alcun allarme relativo all'impianto delle protesi al seno. È emerso un solo caso, già individuato, di impianto di protesi di tipo "Pip". Il materiale impiantato presso l’Asl 6 tranne questo caso, è sicuro e non vi è alcun dubbio o ansia da insinuare nella popolazione femminile al riguardo. La costituzione della commissione di inchiesta è volta esclusivamente ad effettuare accertamenti di natura amministrativa».
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