Gioco
L’etico Giuseppe Emanuele fratello del grande Modì
Socialista e pacifista, deputato della Costituente, partecipò alla lotta antifascista. Il professor Mannari ci guida alla scoperta di un altro celebre livornese del passato
L'altro Modigliani.Un leader del riformismo di sinistra tra '800 e '900. Quando si parla di Modigliani, a Livorno ed altrove, il riferimento è naturalmente al grande pittore, Amedeo; è assai raro, e non solo tra i più giovani, incontrare chi si ricorda che è esistito l'altro Modigliani, il fratello Giuseppe Emanuele, uno dei leader del riformismo socialista della prima metà del ventesimo secolo. Ma purtroppo l'essere spensieratamente ignari del passato coinvolge non solo tanti settori dell'opinione pubblica ma, cosa assai più grave, tanta parte della classe dirigente, sia nazionale che locale.E allora ben venga la provocazione mediatica con il suo corollario di manicheismo e forzature come è avvenuto con la assai discutibile recensione di Roberto Saviano al libro del sociologo Alessandro Orsini su "Turati e Gramsci. Le due anime della sinistra".
Se è vero che tali provocazioni rischiano di svilire la storia a terreno di caccia per una cultura politicante, è anche vero che possono aiutare a riproporre una riflessione intellettuale su di un passato che ha ancora qualcosa da insegnarci. Si pensi ad un termine assai in voga nella politica quotidiana come quello di "riformismo", svuotato di una consistenza di contenuti e usurato per l'uso improprio che troppo spesso se ne è fatto. Alcuni anni fa Giuliano Amato ha scritto egregiamente come "nel linguaggio corrente il termine riformismo viene collegato a tradizioni diverse della cultura e dell'azione politica, il che vuol dire finire per includere l'orientamento di chiunque voglia riformare l'esistente, in qualunque senso ed in qualunque direzione. Ma, aggiungeva, se vogliamo uscire da una terminologia generale dobbiamo sottolineare come, nei suoi connotati storici originari il riformismo appartiene alla tradizione della cultura politica socialista, una tradizione che si delinea con nettezza tra la fine dell'800 e il primo decennio del ventesimo secolo". Una tradizione a cui appartiene, con la sua originalità, il "nostro" Modigliani.
Menè, così veniva chiamato in famiglia e tra gli amici, nasce il 28 ottobre 1872 a Livorno (dunque tra poco saranno 140 anni dalla nascita e 120 anni dalla nascita del partito socialista) da una famiglia della borghesia ebraica livornese. La sua formazione ideale avviene all'Università di Pisa ed in particolare alla Facoltà di giurisprudenza dove, nel clima del socialismo influenzato dal positivismo, molti studenti «vennero spinti all'adesione alle idee socialiste». Ma ciò che immediatamente colpisce è il suo fermo proposito di battersi per una giustizia giusta, la sua morale fondata sulla coerenza tra le cose dette e quelle da farsi. Il giovane avvocato, dalla barba da profeta e con la voce tenorile, ben presto diviene un tenace organizzatore sindacale e politico convinto assertore della dimensione popolare della politica. Ma la sua forza, come è stato sottolineato in una bella biografia di qualche anno fa di Donatella Cherubini, sta nella capacità di trarre insegnamenti e spunti di riflessione dal suo rapporto con il territorio, per usare una espressione attuale. Ecco dunque Livorno, la sua città, come banco di prova del suo originale riformismo.
Si occupa di vertenze sindacali, battendosi contro il dispotismo padronale degli Orlando, si fa interprete del ruolo della cooperazione e, in particolare coglie con lucidità le trasformazioni che la Livorno economica e industriale sta attraversando all'inizio del ventesimo secolo dentro le linee di sviluppo più generali del capitalismo italiano, dopo la crisi degli anni successivi all'Unità d'Italia con il venir meno del porto franco. «Gli interessi cittadini veri e reali tornano ad appassionare il nostro ceto industriale e commerciale, che studia i propri bisogni, formula i propri desideri e pretenderà domani, speriamo, il riconoscimento dei propri diritti». Critico nei confronti del rapporto tra giolittismo e protezionismo, conduce una battaglia a favore «di un lavoro in settori fecondi dell'economia» e per questo apprezza «la costituzione di una società fra industriali, commercianti ed esercenti… col nobile intento di affratellare quanti amano Livorno».
Ecco allora che la vittoria amministrativa del 1901 con l'Unione dei partiti popolari oltre a collocarsi nella più generale esperienza del municipalismo socialista (autonomia comunale, riforma dei tributi locali, municipalizzazione dei pubblici servizi) rappresenta anche il tentativo di sperimentare una moderna impostazione dei problemi dello sviluppo della città, come quello dei collegamenti col suo territorio, non perdendo di vista lo scenario più ampio che va al di là dei confini municipali e nazionali.
Tutto questo avviene in un contesto che vede la sua adesione alla apertura di Turati verso le componenti borghesi più progressiste, inaugurando il dialogo con Giolitti dopo la drammatica crisi di fine '800 (Crispi e i cannoni di Bava Beccaris), differenziandosi dall'intransigenza propria del socialismo toscano, e livornese in particolare. Deciso è il ripudio della violenza, per cui condanna senza esitazione la cosiddetta "azione diretta" dei sindacalisti rivoluzionari; allo stesso tempo non si risparmia nella difesa degli anarchici in diversi processi. Assai significativa la sua battaglia contro l'astensionismo ovvero «contro la sfiducia nelle istituzioni parlamentari», pur combattendo contro la corruzione elettorale, che, «i monarchici praticavano finanche nelle strade».
Inoltre non esita a contrastare quella che definisce la politica "piccolo operaia" delle organizzazioni sindacali in quanto si limita a difendere solo una parte dei lavoratori. Quante similitudini con il nostro presente. Ma successivamente i suoi dissensi rispetto a Turati acquistano vigore, cogliendo l'involuzione del socialismo riformista ortodosso dove forte è sempre più la regola del "meno peggio", diversamente da quanto pensava lo stesso Turati. Ecco dunque per "Menè " la necessità di svincolarsi dal disegno giolittiano e quindi il delinearsi di un "riformismo di sinistra". Che significa la necessità di introdurre nuove "grandi riforme," a partire dal suffragio universale, fondamentale per la crescita e lo sviluppo di tutti i ceti sociali che non sono stati coinvolti nella costruzione dello stato unitario.
E qui avviene la convergenza con il meridionalista Gaetano Salvemini. Una lezione di grande attualità che in quel momento viene accolta con scetticismo sia a destra che a sinistra del partito socialista. Lo svolgersi successivo degli eventi con la crisi della democrazia liberale e l'avvento del fascismo dimostrano la validità di quelle ragioni. In Modigliani vi è un ethos politico che merita di essere conosciuto, che può parlare ancora a noi. La sua modernità la si ritrova in quell'intreccio assai forte tra il suo rapporto con la città,con le esperienze che qui vi conduce e il maturare di un orientamento il cui sguardo non si ferma alla vulgata dottrinaria: le analisi sulle classi sociali, sullo sfruttamento dei lavoratori, sulle forme di produzione, si saldano alla questione della giustizia, dei diritti, della morale, e più in generale della democrazia. Ecco il suo "riformismo di sinistra" cerca di rispondere a domande che, pur in un contesto molto lontano, mi sembrano ancora familiari.
(Enrico Mannari è docente di Comunicazione Organizzativa all’Università di Firenze e responsabile dell’Archivio Storico di Unicoop Tirreno)
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
