Il Tirreno

Livorno

È la solitudine dei numeri persi

Il filosofo Iacono: isolati e a tutta velocità ma smarrendo il senso del futuro

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LIVORNO. Cosa c’è dietro il boom di slot, scommesse e videopoker? Soprattutto un tris di carte: 1) la solitudine; 2) la velocità; 3) la fine della speranza per farsi cullare dall’illusione. È la fotografia che fa il filosofo Alfonso Maurizio Iacono, preside della facoltà di lettere all’università di Pisa, leggendo i dati sulla spesa dei livornesi in questo campo.

Si gioca come si beve: per dimenticare?

«È indispensabile una premessa: il gioco è una cosa seria. Nel senso che è importantissimo: non solo perché diverte ma anche perché permettere di costruire relazioni. Non è puro consumo di tempo libero: anzi, assomiglia al sacro e per questo è assimilabile al rapporto fra sacro e profano..».

Ma come si costruisce la relazione con gli altri di fronte a un biglietto del “gratta e vinci” o a una slot machine?

«Il comune denominatore di tutti questi giochi è il fatto che non creano contatto: sono l’emblema della solitudine. Per alcuni di essi è la mediazione del computer a permetterlo: a tal proposito, bisognerebbe allargare i riflettori anche a quei giochi in cui non corrono soldi ma si fanno da soli davanti al monitor».

Qualcosa di più del consumo di tempo libero, dice lei: ma è un tempo “slow” quello dello slot...

«Al contrario, regna la velocità: il “gratta e vinci” è il regno dell’immediatezza. Anche il poker tv non ha i ritmi del pokerino in casa degli amici. Tutto è accelerato, e questo non è un dettaglio: è la ripetizione di tanti tempi brevissimi. Un po’ come la “coazione a ripetere”: facile che si inneschi una dipendenza».

Lontano le mille miglia dalla tombola, insomma...

«Già, anche se il bingo vorrebbe imitarne l’identikit. La dimensione socializzante del mgioco è un’altra cosa: qui è la somma di tante aspettative individualissime, rapidissime. Una straordinaria doppia metafora del nostro modo di vivere».

Las Vegas è qui fra Ovosodo e il Pontino?

«Ricordo di aver fatto trent’anni fa un viaggio negli Usa, toccando anche proprio La Vegas. Perfino qualche piazza era interna al perimetro degli edifici e non era altro se non una distesa di slot: un esercito di solitudini, ciascuna davanti alla propria macchinetta. Erano, mi ricordo, soprattutto casalinghe».

Senza contare che ci si affida al biglietto del “Win for life” perché gli altri strumenti per migliorare la propria vita sono andati in tilt. Lotte collettive e merito individuale sono roba da archeologia.

«Quel che scontiamo è soprattutto la perdita di un senso di prospettiva: se sparisce il senso collettiuva di giustizia e riscatto sociale, se perdo l’orizzonte del futuro in vista del quale investire energie e tempo, cosa mi resta? Cercare di acciuffare la prima soluzione a portata di mano che capita: la speranza si frantuma nell’illusione di vincere il biglietto per non far niente».

Non far niente sembra quasi un miraggio: l’ozio come traguardo esistenziale.

«In tutto questo si intravede un enorme iceberg di tempo che non si sa come impegnare. Neanche a sognare: i sogni, eccome se si possono socializzare. Anzi, è da lì che si parte...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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