Gioco
Spariti 20mila euro Asa lo licenzia ma non è stato lui
Impiegato 40enne reintegrato dal giudice: nessuna prova Secondo il tribunale l’azienda l’aveva punito ad esclusione
LIVORNO
Il 3 giugno dell'anno scorso gli avevano comminato cinque giorni di sospensione, senza stipendio. Poi, neanche un mese dopo, il 22 giugno gliene avevano dati altri dieci. E infine il 16 agosto avevano deciso di licenziarlo. Ora il giudice del lavoro, con procedura d'urgenza, ha stabilito che quel licenziamento era ingiusto, nella forma e nelle motivazioni. E ha ordinato all'azienda di reintegrarlo immediatamente oltre a pagare 3500 euro di spese processuali e di onorari. E in attesa che un altro procedimento si esprima sulla sua richiesta di danni biologici e su quella del pagamento degli stipendi arretrati.
Protagonisti della vicenda l'Asa e V.B., 40 anni, livornese, dipendente dell'azienda servizi ambientali e impiegato presso l'ufficio recupero crediti. Al centro del contendere 20mila euro scomparsi dai conti della spa di via del Gazometro. E per i quali Asa aveva individuato nel quarantenne l'unico responsabile.
I fatti accadono nella prima metà dell'anno scorso. Da una verifica dei conti, Asa si accorge che qualcosa non quadra e che mancano all'appello 20mila euro. Effettua una serie di controlli e scopre che quei soldi potrebbero essere spariti in un gioco strano: un giro di contanti ricevuti dall'ufficio recupero crediti come pagamento di grosse bollette, che però non venivano versati nelle casse dell’Asa come doveva essere, ma sparivano nel nulla. Senza tuttavia danneggiare chi aveva pagato quel contante, il cui debito veniva annullato compensandolo con vecchi crediti di altri clienti che non erano mai stati incassati.
V.B., secondo Asa, era il responsabile della mancata corrispondenza tra i prospetti dei pagamenti in contanti o tramite assegni che aveva ricevuto da clienti morosi e gli assegni effettivamente consegnati dall'ufficio contabilità alla tesoreria dell'azienda. E inoltre della registrazione di assegni ricevuti, non versati e compensati con rimborsi inesistenti.
Per queste due accuse Asa l'aveva sanzionato con cinque e dieci giorni di sospensione senza stipendio, ma poi aveva ripreso in mano la pratica e aveva optato per il provvedimento più duro: la rottura del rapporto lavorativo.
Secondo il giudice Silvia Barison però nessuno dei due capi d'accusa sono con certezza ascrivibili al dipendente.
In sostanza mancano assolutamente le prove per dire che sia stato V.B. e non un suo collega il responsabile di quell'ammanco.
La difesa di V.B., condotta dagli avvocati Ferracci e Vito Vannucci, ha dimostrato che non c’era prova che il dipendente non avesse consegnato all’ufficio contabilità gli assegni e i prospetti in cui veniva registrato il pagamento delle bollette corrispondenti. «L’azienda - scrive il giudice - si è limitata a dedurre che tutti gli elementi portano a ritenere corretto l’operato dell’ufficio contabilità» e che dunque la responsabilità era di V.B. «Ma non basta - scrive Barison - a fondare la colpevolezza in via esclusiva, ossia semplicemente per carenza di responsabilità altrui».
Anche in merito alla seconda questione «non è stata data la prova dall’azienda che il quarantenne abbia ricevuto i titoli portati falsamente in compensazione con rimborsi inesistenti, né che i prospetti rivelatisi falsi siano stati redatti da lui».
Da qui la decisione di reintegro e la condanna di Asa a pagare le spese. E magari a cercare altrove il responsabile di quei 20mila euro che ancora mancano all’appello.
Il tribunale ha invece rimandato a un successivo giudizio la richiesta di risarcimento danni che l’impiegato aveva presentato così come non si è espressa su un’altra questione avanzata da Ferracci e Vannucci: quella del ne bis in idem, cioè la contestazione che lo stesso capo d’accusa fosse stato punito in due occasioni diverse, prima con le sospensioni e successivamente col licenziamento.
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