Sicurezza
«Non abbiamo soldi per sopravvivere»
Disperazione all’assemblea dei lavoratori ex Delphi. I sindacati: incontro urgente con Comune, Provincia e Regione
LIVORNO
Rabbia e disperazione. Occhi scuri, tensione. E poi un profondo sconforto. Ieri pomeriggio all’assemblea degli lavoratori ex Delphi con i rappresentanti sindacali c’erano una settantina di persone.
Il giorno dopo l’incontro tra la famiglia Rossignolo e l’avvocato Simone Brambilla (che segue la Hotyork Investment, nuova proprietà cinese del gruppo) al ministero per lo Sviluppo economico, le facce dei cassintegrati Delphi sembrano consumate dall’attesa, gli occhi stanchi e infossati. Non che si fossero fatti troppe illusioni sull’effettiva partenza del progetto di rilancio per l’azienda De Tomaso, ma neppure pensavano che la proprietà (vecchia e nuova) si presentasse all’appuntamento romano senza uno straccio di certezze. Invece è andata così: la De Tomaso non ha presentato alcun piano di rilancio e neppure i documenti che attestino l’ingresso del nuovo socio cinese e il relativo trasferimento di finanziamenti dalla banca cinese a quella italiana. È saltato tutto e quello che hanno ottenuto i sindacati, andati a Roma per chiedere al ministero la formalizzazione della cassa integrazione per ristrutturazione, è stato un rinvio. Il ministero infatti ha dato l’ultimatum: o il 15 marzo l’azienda si presenterà con il piano industriale e la certezza del passaggio dei finanziamenti oppure addio alla partenza dei nuovi ammortizzatori sociali.
E pensare che i circa 140 dipendenti ex Delphi sono a bocca asciutta da due mesi, da quando non riscuotono neanche la cassa integrazione. Ieri in assemblea la loro rabbia è scoppiata. Assiepati nella sala al primo piano della sede della Cgil prima hanno ascoltato il resoconto dei sindacati sull’incontro al ministero. Poi si sono sfogati, hanno chiesto certezze. Qualcuno ha cominciato a gridare, se l’è presa con i rappresentanti sindacali.
«Facciamo finta di credere - dice rassegnata una lavoratrice - che possa esserci una soluzione e che questo nuovo progetto per rilanciare l’azienda vada in porto. Cosa dobbiamo fare, da due mesi non ci danno un euro e io ho dovuto congelare il mutuo sulla casa. Se non succederà nulla tanto vale fare un’iniziativa di protesta davvero visibile, tutti insieme, tanto non abbiamo più nulla da perdere». Le fa eco un collega, che ha la faccia consumata dalla disperazione: «Ho due figli e da sei anni sono in cassa integrazione. Come mando avanti una famiglia senza soldi né stabilità? Mi ha invaso un senso di impotenza».
Nella sala aumenta la tensione, c’è chi suggerisce di protestare “a briglia sciolta”, di andare a cercare il sindaco Cosimi e pretendere che risolva la situazione. «Dobbiamo ringraziarlo - urlano i cassintegrati - per le promesse che ci ha fatto. Ci aveva garantito che se questo affare andava male ci avrebbe sistemato tutti. Ora cosa farà?».
Preso da una rabbia che ormai dura da troppi anni qualcuno si scaglia contro i sindacati, accusandoli di non aver tutelato i diritti dei lavoratori: «Con tutti gli accordi che avete fatto in questi anni alla fine ci avete fregati», si sfoga un dipendente che al futuro della De Tomaso vede attaccato anche il futuro della sua famiglia, visto che nell’azienda lavoravano sia lui che la moglie.
Gli animi non si calmano, e i sindacati possono solo annunciare l’ennesimo, disperato tentativo per salvare quei 140 posti di lavoro.
«Chiediamo un incontro urgente - dicono Cgil, Cisl e Uil -, con Comune, Provincia e Regione, un’assemblea a cui parteciperanno tutti i lavoratori. Nella speranza che quanto detto da Rossignolo e dall’avvocato del socio cinese corrispondano al vero, vogliamo fare una verifica con le istituzioni, documenti alla mano».
Anna Cecchini
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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