Italia
L’Italia piange il poeta della canzone
Il cantautore è stato stroncato da un infarto durante il tour in Svizzera. Napolitano: «Voce forte e originale». I colleghi commossi: uno dei più grandi
Dicono i suoi amici che qualsiasi cosa toccasse, veniva trasformata in musica. Lucio Dalla, genio anarchico e istrionico della musica italiana, l’uomo che ha vissuto tre incarnazioni artistiche, che è stato jazzista, cantautore e icona pop, è morto stroncato da un infarto, a Montreux, in Svizzera, terza tappa di un tour internazionale. Dopo una straordinaria carriera, 600 canzoni, 32 album, colonne sonore, programmi televisivi, se n’è andato lontano dalla sua Bologna, a cui era stretto da un legame viscerale e che visceralmente lo ricambiava. «Voglio morire in piazza Grande, tra i gatti che non han padrone come me» aveva cantato in una delle sue più celebri canzoni, eppure la sua vita si è chiusa con una doppia capriola simbolica: a Montreux, tempio di quella musica jazz che aveva segnato i suoi esordi, e a pochi giorni dal suo sessantanovesimo compleanno, il 4 marzo, la data che aveva dato il titolo al brano che l’aveva consacrato a Sanremo nel 1971, «4 marzo 1943». Come a Sanremo per l’ultima volta, a febbraio, era apparso di fronte al grande pubblico televisivo.
«Il suo ultimo concerto è stato straordinario» ha detto Pascal Pellegrino, direttore dell’Auditorium Stravinsky, dove il musicista si era esibito mercoledì. Era tornato in albergo. «L’avevo sentito, stava benissimo» ha detto Roberto Serra, fotoreporter, suo amico storico. Ieri, dopo colazione, un malore l’ha ucciso. Non è solo un lutto per la musica. Con la morte di Dalla, scompare una figura simbolo della cultura popolare del Paese: «Una voce forte e originale che ha contribuito a rinnovare e promuovere la canzone italiana nel mondo» lo ha salutato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Aveva iniziato a Bologna, enfant prodige del clarinetto: «Lucio aveva 16 anni, io 21, ma lui suonava molto meglio: ho smesso e mi sono messo a fare cinema, è stata anche colpa sua» ha raccontato il regista Pupi Avati, suo amico da sempre. Ha scelto il silenzio «il principe» Francesco De Gregori, che con lui era stato nel 1979 il protagonista di «Banana Republic», uno dei tour più acclamati della storia della musica italiana. Erano tornati di nuovo insieme trent’anni dopo, nel 2010, raccogliendo ovunque il tutto esaurito: «E’ un momento tristissimo, non mi sento di parlare». E’ distrutto dal dolore Gaetano Curreri, leader degli Stadio, uno dei tanti, come Ron, come Samuele Bersani, come Luca Carboni, che Dalla con il suo fiuto e con la sua umanità aveva scoperto e aiutato: «Ho perso un maestro, un amico, un punto di riferimento». «Non riesco ancora a riprendermi» ha commentato Gianni Morandi, che con lui aveva condiviso un’altra trionfale tournée nel 1988 e che l’aveva convinto a partecipare al Festival: «Lucio è stato uno dei più grandi».
E i grandi della musica italiana l’hanno salutato con commozione: «Oggi siamo tutti più soli» ha detto Fiorella Mannoia, «Ci ha lasciati un talento geniale» ha affermato Paolo Conte, «Viene a mancare un capofamiglia» ha scritto su Facebook Vasco Rossi, mentre l’amico Francesco Guccini lo ha definito «un vero testimone della musica». Gli ha reso omaggio anche Adriano Celentano, che Dalla, durante il festival, aveva bacchettato per i suoi sermoni: «Da oggi il mondo sarà più buio». «Sono stravolta, mi era stato accanto nei momenti difficili» ha detto Nicoletta Mantovani, vedova di Luciano Pavarotti, che aveva voluto il cantautore a tanti «Pavarotti & Friends» e che aveva amato moltissimo «Caruso». «Inutile girarci intorno: dopo Modugno c’è stato solo Dalla» ha commentato Pippo Baudo, ricordando «la farsa buffonesca» che lui stesso gli suggerì per «Attenti al lupo», uno dei suoi pezzi più famosi, ma anche meno amati dalla critica. «Lucio diceva che la vita è il primo tempo: il secondo è da un’altra parte» ha sottolineato Andrea Mingardi. Era credente e ieri, da Assisi, i frati hanno salutato «il cantautore di Dio». Aveva detto: «Quando sei nel cielo sei libero, e quando sei libero sei te stesso».
di Maria Rosa Tomasello
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