Gioco
Seguono il leader, il vero pericolo è l’attacco del branco
Gli esperti: gli animali sono spinti dalla fame e dalla paura, ma in Toscana il randagismo non rappresenta una piaga
Gli occhi di Nerone erano lucidi e attenti. Lui arrivava ogni giorno, si sedeva sulle zampe posteriori e, immobile davanti alla scaletta della nave, aspettava che qualcuno gli allungasse qualche bocconcino. Cosa che facevano anche i portuali e i camionisti, perché a Nerone - nome che gli aveva dato la gente del porto grazie al mantello nero come la pece - tutti avevano imparato a volere bene.
Era un randagio, arrivato sulle banchine della Darsena Toscana insieme ad altri cani. Ma lui, a differenza dei suoi compagni di viaggio che se ne stavano da una parte, diffidenti e ringhiosi se qualcuno di avvicinava, era riuscito ad uscire dall'isolamento del randagio e seppure con grande diffidenza aveva cominciato a interagire nuovamente con l'uomo. Fino a quel pomeriggio che rimase tramortito dietro alle ruote di un rimorchio: i portuali lo portarono dal veterinario, ma non potè fare nulla. Nerone morì fra le sue braccia di quelli che per oltre un anno, alla fine, erano diventati i suoi veri amici.
E' una storia ormai vecchia. Risale a una ventina d'anni fa quando in porto a Livorno venivano segnalate scorribande di cani randagi che affamati arrivavano nell'area della Darsena, ma anche in altri terminal, provenienti dai terreni attorno allo Scolmatore e dalla pineta di Tirrenia. Ci furono vari interventi del servizio veterinario dell'Asl per acchiappare i cani famelici che inseguivano le auto e gli scooter . Erano diventati una minaccia, perché il branco , specialmente di notte, diventava minaccioso. Episodi che non si sono più ripetuti, perché - come dicono i veterinari - "sono anni che non si vedono più gruppi di randagi: è una questione culturale. E nel frattempo c’è stato un buon lavoro da parte delle Asl, con i canili sanitari e quelli convenzionati».
«Da noi - spiega Marco Melosi, presidente dell’Ordine dei veterinari livornesi e dell’Anmvi, l’associazione nazionale medici veterinari - chi prende un cane gli fa mettere il microchip. Può succedere che qualche animale scappi durante una battuta di caccia o per inseguire una cagnetta in calore, ma da lì a farlo diventare un randagio ce ne corre. Perchè i cani, addomesticati dall’uomo, hanno perduto l’idea di ritornare alla macchia. Semmai, più che il randagio, può far paura il gruppo, perché il cane - prosegue Melosi - caccia in branco e se c’è un leader gli altri lo seguono. Il gesto di attaccare può essere dovuto alla fame o in presenza di situazioni particolari. Perchè il cane può agire in un certo modo, diventando aggressivo, anche per paura di essere aggredito».
«Per quanto riguarda i cani che vivono in gruppo, e non uso la parola branco, termine che va bene per i lupi, raramente vengono registrate attività predatorie» spiega Angelo Gazzano, ricercatore alla facoltà di medicina veterinaria dell’Università di Pisa (e autore del libriccino “Cani e bambini: istruzioni per l’uso”). Episodi di aggressività possono verificarsi se «ci sono cuccioli da proteggere oppure gli animali sono affamati o ancora per difendere il territorio» prosegue Gazzano. Alla formazione del gruppo si arriva mediante passaggi successivi: prima si forma la coppia, un cane e una femmina, che sono abbastanza stabili e cominciano a riprodursi, anche con due cucciolate all’anno. Una cosa, comunque, pare essere certa: «Da noi il randagismo non è una piaga evidente come in altre zone» spiega il ricercatore pisano.
Nell’Italia meridionale, invece, ci sono zone dove il randagismo è molto presente: dalla Puglia alla Campania, dall’Abruzzo alla Sicilia, regione dove anni fa ci furono due episodi tragici, con alcuni randagi (o comunque cani che avevano un padrone, ma erano tenuti in maniera non consona) che aggredirono un bambino e una turista straniera. Mentre all’estero ci sono Paesi nei quali il randagismo assume i connotati di una vera piaga, con interventi massicci dei governi finiti sotto accusa da parte degli animalisti perché - denunce mirate sono state fatte nei confronti dell’Ucraina - migliaia di randagi, cani e anche gatti, vengono uccisi con il veleno, a bastonate o a fucilate per ripulire le strade che fra breve vedranno il passaggio dei Campionati europei di calcio.
«In Toscana, la situazione è buona - dicono alcune volontarie del Rifugio di Tom di San Lorenzo a Pagnatico (Pisa) dove sono ospiti circa 400 cani - Non abbiamo segnalazioni di randagi né di cani in branco. Semmai può capitare che si formi qualche gruppetto temporaneo di tre-quattro maschi scappati di casa per seguire una cagnetta in amore. Ma la cosa finisce lì».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
