Gioco
Ucciso dai cani, quel corpo straziato nel piazzale dei Tir
La vittima, 50 anni, ha tentato di fuggire. L’orrore del compagno di lavoro che alle 9 ha lanciato l’allarme: «Il camion aveva il motore acceso da tempo e così sono andato a vedere»
COLLESALVETTI. «Sono andato al lavoro e ho visto il mezzo di Vito. Il motore era acceso. Poi da lontano ho notato qualcosa a terra: man mano che mi avvicinavo mi sono reso conto che era un corpo. Il suo corpo. Ma era dilaniato. Irriconoscibile. È stato orribile».
Il motore del camion di Vito Guastella, ieri alle 9, è ancora acceso quando il collega e amico Giuseppe Calandrino, anche lui come la vittima dipendente della ditta trapanese di autotrasporti Di Leo, si reca sull’Arnaccio nel piazzale dei tir. L’uomo è sconvolto quando chiama il 112 per dare l’allarme. Da lì, località Biscottino, rispondono i carabinieri di Pisa, che girano la segnalazione ai colleghi di Livorno. Calandrino a stento trattiene l’orrore di quella scena: il suo amico è senza gambe e ha il corpo a brandelli. Il piazzale gestito dalla Di Leo si trasforma in un campo di morte: per terra ci sono tracce di sangue, pezzi di vestiti e scarpe sparse per metri. I segni, devastanti, del tentativo di fuga del camionista, che però nulla ha potuto contro la ferocia di quei cani.
Uno dei primi ad arrivare sul posto, un’ora prima, era stato Francesco Ferrazzuto, che lavora in un piazza le vicino a quello della tragedia. Erano le 8. Tuttavia, il giovane non s’era reso contro della situazione. «Ho visto la motrice bianca del camionista e ho sentito il rumore del motore acceso - racconta Ferrazzuto - Ho guardato verso là e ho visto una cosa a terra, sembrava un cane sdraiato. Non avrei mai pensato che fosse una persona». Il giovane è sconvolto: «Solo quando sono venuti i carabinieri, dopo le 9, mi sono reso conto della situazione: quella cosa che avevo visto a terra era il corpo di un uomo».
Sconvolta anche la senzatetto romena, Rodica Trofin, che ieri ha scoperto il corpo insieme a Calandrino. Grande la sua sorpresa: la donna vive in una roulotte sull’Arnaccio da sei anni e da circa 4 ha a che fare con i cani.
Quando può, dà loro da mangiare, compatibilmente con la sua difficile condizione economica. Ogni tanto fa dei lavoretti per i camionisti: lava loro i panni, prepara da mangiare. Cerca di tirare avanti. E si impegna anche a trovare una famiglia ai nuovi nati del branco. A questo proposito, gli investigatori vogliono anche capire se la cessione dei cuccioli sia regolare. Ma non si spiega come sia potuto accadere. «In questi anni mi sono data da fare per gli animali - dice in un italiano stentato - Ho aiutato i cuccioli, ho fatto quello che potevo. Non posso credere che abbiano straziato quell’uomo. Avevo dato loro da mangiare. Non capisco. Ma quando ho constatato che avevano il sangue in bocca mi sono sentita di morire. Però, nessuno è intervenuto in questi anni ad aiutare quelle bestie», denuncia la donna, mentre trascorre la sua serata sola nella roulotte, a guardare la tv.
I carabinieri, guidati dal comandante del Reparto operativo Francesco Zati, e dal capitano Claudio Gallù, capo del Nucleo radiomobile, hanno ascoltato la sua testimonianza, quella di Calandrino e le dichiarazioni di alcuni dipendenti dei piazzali dell’area e della ditta Iveco Fratelli Santucci. Lo scopo degli investigatori è ricostruire il percorso di vita del branco per capire chi davvero se ne sia occupato in questo periodo. Se sia stata la donna oppure se sia vero - come sostiene l’Asl - che i cani venivano impiegati da chi lavora nei due piazzali per fare la guardia.
Una cosa è certa: non si tratta di animali di passaggio. E Calandrino conferma che quei cani erano in confidenza con i lavoratori del piazzale che vedevano ogni giorno. Ma non con Guastella, che è stato ucciso mentre svolgeva il suo lavoro in trasferta, a centinaia di chilometri dalla sua terra.
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