Gioco
I portuali dicono sì ai sacrifici
Il piano ha l’ok dell’88%. In vendita la sede di via S. Giovanni, il Faldo o più probabilmente la Tdt
LIVORNO. I portuali hanno deciso di mandar giù la medicina pur di salvare la Compagnia dal rischio di restare schiacciata sotto l'iceberg dell'indebitamento: amara quanto si vuole ma sempre meglio dell'incubo del patatrac. Al tirar delle somme, l’ok al piano dei sacrifici – forse non lacrime e sangue ma un po’ sì – ha ottenuto il consenso dell’87,7% dei 317 votanti (con 18 contrari e 21 astenuti).
Non un plebiciscito ma quasi, visto che la cooperativa ha poco più di 400 soci (però, allargando lo sguardo alla galassia delle società satelliti, arriva a 700 addetti): stando alle informazioni raccolte da una pluralità di soggetti interpellati, non risulta che l’arcipelago di quanti non hanno detto sì possa essere catalogabile come un aggregato specifico, si tratti di posizioni politiche, di appartenenze sindacali, di mansioni , di ruoli o di provenienze all’interno della geografia della Compagnia portuale.
Non è stata una sorpresa: quest’orientamento era emerso anche nel round preliminare delle sei assemblee preparatorie a piccoli gruppi: è lì che, oltre al tam tam fra compagni di lavoro, erano stati informati quasi 200 lavoratori; è lì che si era toccato con mano l’animo prevalente fra i portuali.
Contestazioni? Già il verdetto con il sì che sfiora l’88% parla chiaro. L’assemblea ha dribblato la tentazione di porre il problema della leadership: sarebbe controproducente infilarsi ora in un regolamento di conti interno mentre la casa brucia, prima c’è da far fronte alle scadenze che bussano alla porta.
Da dire però che dal fronte dei prepensionati in uscita è stato posto il problema di avere la disponibilità del Tfr senza fare il bis dello slittamento chiesto alla precedente infornata.
L’uscita di poco meno di una trentina di portuali mediante prepensionamento è solo uno degli aspetti del piano, del cui identikit abbiamo dato anticipazioni a più riprese: è con questa manovra che si conta di recuperare quasi la metà dei tre milioni di euro di minori spese per il personale, il resto (1,6 milioni) arriverà dal taglio del 20% alle buste paga attraverso una sforbiciata ad alcune voci del contratto integrativo. Tutto questo, insieme ai contratti di solidarietà già avviati, rappresenta l’”ammortizzatore sociale” con il quale si punta ad assorbire senza traumi quel centinaio di esuberi quantificati in ipotesi e scenari.
Ma gli occhi di tutti sono puntati sulle vendite delle proprietà. Cosa? Il mandato ottenuto dall’assemblea riguarda tre beni: il Palazzo di via San Giovanni, l’autoporto del Faldo e una parte della quota del terminal Tdt (Darsena Toscana). È vero che, in ordine di volontà, si parte dal Palazzo, magari contando di restare lì riavendolo in affitto: ma, ipoteca a parte, il mercato immobiliare in stallo non aiuta. Il Faldo? Il partner Koelliker non nuota in acque tranquille e ci sarebbe bisogno di mesi per trattare. Non resta che, certo controvoglia, la quota in Tdt con la prelazione in mano ai genovesi di Negri: è come dar via un polmone ma è vendibile domattina.
E non c’è solo da far fronte ai pagamenti: c’è da trovare qualche soldo per far partire il piano industriale (da varare entro fine aprile).
Il piano di risanamento è nato con l’arrivo del supermanager Alberto Bruschini. È stato affidato a lui il timone della capogruppo, come prima mossa nella riorganizzazione del sistema di governo della Compagnia: il consiglio d’amministrazione della Compagnia non è più controllore e controllato come gestore di altre società del gruppo.
Arriverà un amministratore unico a guidare la Cilp (coop-impresa). Chi? Per ora nessun nome ma dallo stato maggiore della Compagnia si conferma che «sarà un esterno».
E le società satellite? Non è chiaro il destino di tutte quante. Si sa che «quelle non più strategiche» saranno dismesse. Quali? Ad esempio, società «ormai scatole vuote» come Dockers, Porto Nuovo, Eurobit o l’alleanza con i portuali di Piombino.
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