Sicurezza
L’industria della risata-show
Le fabbriche sono in affanno: dalla burla di Modì in poi l’unico prodotto che esportiamo è l’ironia
LIVORNO
Non esiste più una Cmf per inventare ponti su chissà quale stretto. E nemmeno bottiglie e bicchieri sfornati dai forni della vetreria Borma. Neppure avranno versioni bis o tris i traghetti Mega Express usciti dai Cantieri Orlando, così come tante navi chimichiere (e anche un cacciatorpediniere come il Tashkent, costruito con il cuore dagli operai comunisti per la Marina sovietica negli anni del Duce). È sparito anche il marchio Bizzarrini, le supercar targate Livorno, ma di quelle vere, che facevano schiattare d'invidia Enzo Ferrari: ne è rimasta solo la leggenda alimentata da omaggi-cult all'ingegner Giotto. E ugualmente sono sparite le auto Barison, motore in alluminio e quartier generale in zona Cantiere.
L’industria non c’è più. Siamo una ex città industriale: ormai non più del 19,1% della “ricchezza” prodotta arriva dalle fabbriche (sei punti e mezzo in meno rispetto allo standard toscano). Per accorgersene basta mettersi alla fermata del bus: fino a 15-20 anni fa i tempi della città erano scanditi dall'orario di lavoro all'ombra delle ciminiere, ora non è più così.
Eppure c’è un prodotto che sta conquistando appeal e audience: e il riferimento non è né all'high tech dei bio-esperimenti dell'azienda aerospaziale Kayser né all'ultrachic dei superyacht a firma Azimut. E qualcosa che si tocca ancor meno: la livornesità, questo mix di ironia parecchio sarcastica e spontaneità un po' guascona.
A ovest di Bobo. Non stiamo parlando dei livornesi che hanno fatto fortuna sotto i riflettori – come, ad esempio, Karima Ammar (nel Sanremo 2011 con Burt Bacharach) o, sotto il segno di “X-Factor”, prima Matteo Becucci e poi Rahma Hafsi e “Le 5” – bensì di chi l'ha fatto in quanto livornese. Tanto per restare nel mondo della canzone: Bobo Rondelli. Nel solco di uno chansonnier come Piero Ciampi, amato più adesso che quand’era vivo. Sarebbe un peccato mortale se finisse nel nulla il premio a lui dedicato: tappa d'obbligo per chi ama la musica d'autore in tandem con il premio Tenco.
Agli occhi del mondo, però, il marchio di fabbrica di quel prodotto che è il “fascino di Livorno” è stata la burla di Modì: i ragazzi livornesi che a colpi di black&decker si fanno beffe del mondo dei grandi critici (ma per chi cercasse ipotesi complottarde controcorrente può essere istruttivo leggere come un romanzo a chiave “La tana dell'oste” dell'avvocato Nino Filastò che conosceva l'altro lato della teste-story). Era stato forse quello che aveva fatto conoscere fuori dal recinto livornese anche il “Vernacoliere”, l'unico giornale satirico rimasto in piedi in Italia dopo la fine del “"Male”, di “Cuore” e di “Tango”.
Il “don” più malvagio. Da quella costola sono saltate fuori molte cose: a cominciare dall'accoppiata dei Paguri (Emanuele Pagani e Daniele Caluri) che, prima, con don Zauker (Fumetto dell'Anno per Repubblica XL) si sono inventati un prete che è peggio d'un satanasso e, poi, hanno levato l'ancora e si sono messi in proprio con la Panini Comics con l'albo “Nirvana”. Non basta: Federico Maria Sardelli, raffinato musicista medioevale da Grammy ma anche padre fumettaro di personaggi stralunati come il Mago Afono, insieme a Ettore Ferrini, Gabriele Moretti e Pablito Morelli ha sguainato la durlindana con la nuove rivista degli “Arroganzini”. Senza contare che ora Morelli firma anche un giornale nazionale fra ironia e graphic novel com'è l’”Antitempo, «nuova rivista di satira internazionalista» il cui primo numero è ora in edicola («da autori satirici prenderemo in giro anche i nostri colleghi come Michele Serra, con ala nostra “Sdraia” al posto della sua “Amaca”», dice Morelli).
Sulle orme di Cardinali. Dalla tribù di babbo Cardinali è uscito anche Max Greggio (vi ricordate Budiulik o il Troiantropo?), uno degli autori storici di “Striscia la notizia”. Nelclan Ricci è rimasto per un po’ pure David Lubrano, ora a Sky con “Gli sgommati”: nel curriculum ha anche i testi per Panariello (e l'intermezzo serio dell'odissea come malato di una patologia rara, raccontata in un libro pubblicato da Rizzoli). Nella tribù di Zelig troviamo Paolo Migone ma anche Claudio Marmugi, che i nostri lettori conoscono bene per la pagina della “Tracina”, o Giovanni Bondi. C’era perfino Claudio Battagello: fa lo ’ndranghetaro calabrese, è milanese per l'anagrafe eppure rivendica dna labronico tramite i genitori…
La lista potrebbe allungarsi chissà quanto se gettassimo lo scandaglio nel campo degli autori: ma l’antifona è chiara.
“Io? Doppio!” raddoppia. Paolino Ruffini ha preso un format vecchio quanto il mondo e ne ha fatto un uso geniale in “Io? Doppio!”: gli incredibili doppiaggi in slang livornese a firma Nido del Cuculo sono diventati un prodotto da export. “Colpa” del tam tam via YouTube: 50 milioni di visualizzazioni, quello dei Teletubbies passa i sette milioni e supera il Ligabue di “Certe notti” o il Vasco di “Senza parole”. Senza contare che la pagina Facebook di Paolino mette in cascina 155mila “mi piace”: più del doppio di Pierluigi Bersani, leader Pd.
La consacrazione? L'ingresso dello spiritaccio livornese dentro due templi del pop nazionale: nello spot-cult del paradiso-Lavazza l'hanno messo in tandem addirittura a Julia Roberts; nel cine-panettone Ruffini ormai non è più solo un caratterista secondario.
Commedia alla livornese. Già, perché qui da noi i cinema chiudono l'uno dopo l'altro ma sempre più spesso finiamo sul set o magari dietro la macchina da presa. Lasciamo perdere il moltiplicarsi di pellicole girate dalle nostre parti, c'è uno specifico “prodotto Livorno” che, attraverso i film di Paolo Virzì e le sceneggiature di Francesco Bruni, si è trasformato nel palcoscenico tipo della nuova commedia agrodolce all'italiana. Senza dimenticare che negli studios hollywoodiani di animazione si è fatto largo un talento labronico come Andrea Simonti: nell’89 del Muro che viene giù entra a Londra all’Amblimation di Spielberg, poi l’incontro con Don Bluth, il volo negli Usa a lavorare per Dreamworks, la partecipazione al team di “Il principe d’Egitto”, “Fievel conquista l’America”, “Balto”, “Atlantis”, “Space Jam”, fino a lavorare come regista di animazione con l’équipe pisana di Toposodo.
Lo spot dice dé. La verve della simpaticoneria in dolce stil labronico l’hanno acchiappata al volo anche i guru della pubblicità: se i bambini perfettini parlano tutti milanese, fra gli adulti serve un extra di spontaneità un po’ spavalda e parecchio ironica. È curioso che quando c’è bisogno di questo ingrediente nel menù della seduzione via spot, i pubblicitari peschino ora soprattutto in personaggi con accento assai labronico. Com’era per il cacciucco Buitoni, com’era la signora di fronte a Patrizio Roversi con il fustino di Dash, com’è stato nel messaggio targato Calfort, ma livornese è anche il ragazzotto sghignato che alla festa del Nescafé cerca di beccare una tipa.
Resta da chiedersi, però, se invece del genio metalmeccanico labronico nel fabbricare candelette, scatole sterzo o pompe a olio, basterà una risata o un sorriso a salvarci il Pil dalla ghigliottina del declino.
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