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Costa Concordia, il dolore senza fine di Kevin da quaranta giorni in preghiera e penitenza

Costa Concordia, il dolore senza fine di Kevin da quaranta giorni in preghiera e penitenza

Il fratello Russel Rebello era sulla Concordia: lui non lascerà il Giglio finchè non gli renderanno il corpo

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ISOLA DEL GIGLIO. Finalmente una famiglia che va sul molo a pregare. Nessun'altra l'ha fatto. In genere arrivano con i panini, le bibite e la frutta e si piazzano sul punto più vicino alla Concordia, facendosi mille fotografie con il relitto sullo sfondo. Un uomo sbarca con il cappello da marinaio, ma prima di mettersi in posa indossa una giacca bianca per assomigliare a un ufficiale di coperta, che poi si sfila dopo le consuete fotografie. C'è poi la maestra con i suoi alunni, nove in tutto, arrivati in tempo per scendere dal traghetto, guardare il relitto da vicino e ripartire. Il puntuale cronista del turismo del dolore è Kevin Rebello, che ogni giorno siede sugli scogli piatti vicino a Punta Gabbianara per pregare in memoria del fratello Russel Terence, il cui nome figura ancora tra i dispersi del naufragio. Ma spesso finisce che la sua attenzione è sviata da quei vacanzieri sfacciati, insensibili di fronte alla tragedia e al dolore che ha causato. «Dopotutto ora la nave è solo un cimitero - dice Kevin -. Ha senso farsi fotografare davanti a una tomba?».

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L'angoscia ha preso a divorarlo la mattina del 14 gennaio, poche ore dopo il disastro. Accende il computer e i primi scatti della nave adagiata sul fianco destro sono uno choc: «Non mi ricordavo dove lavorasse mio fratello, se sulla Concordia o su un altro piroscafo». Inizia a saltare da un sito all'altro, quello della Costa Crociere è bloccato dalle troppe richieste di accesso. Poi telefona. E ancora torna al computer, stavolta per collegarsi al profilo Facebook della Flotta. Pian piano si fa strada la consapevolezza e appena un amico gli conferma che sì, quella è la nave dove il fratello era imbarcato, Kevin Rebello parte per il Giglio. Arriva sull'Isola quando è il delirio: centinaia di vigili del fuoco, ancor più poliziotti e carabinieri per tenere a bada i giornalisti venuti da ogni continente, soccorritori. Marinai, finanzieri, guardie provinciali. E poi i parenti delle vittime divorati dal dolore. E i curiosi, naturalmente. Chi gli dice che suo fratello è tra i feriti, chi racconta di averlo visto vivo anche se malmesso. Le illusioni appassiscono una dopo l'altra, fino consegnargli la verità: non è tra i morti né tra gli scampati. Russel Terence Rebello è tra i dispersi, confinato in quella terra di nessuno dove ogni speranza ha l'unico scopo di alimentare la successiva.

Da allora Kevin non è più andato via: «Lascerò il Giglio quando mi restituiranno la salma di Russel Terence. L'accompagnerò in India e assisterò al funerale». Poi tornerà in Italia, dove giunse 14 anni fa per mettere a frutto la laurea in economia e un master in turismo. O forse no, il futuro è un'incognita: il progetto è andato male e il suo incarico di ricercatore alla Ipsos era a termine. Scaduto, come il tempo di trovare qualcuno vivo nella parte sommersa del relitto.

Ora che i parenti delle vittime, anche quelli dei dispersi, hanno lasciato l'Isola, solo lui è rimasto a testimoniare la loro pena: «Hanno fiducia in me - spiega -, vogliono condividere il dolore con chi dall'inizio, al pari loro, ne è stato sbranato», imparando a riconoscere l'onda acre che attraversa il corpo e si traduce nell'attesa di un miracolo che non arriverà.

Kevin spiega nel suo ottimo italiano, condito dall'accento milanese, che a ogni ritrovamento è una fitta al cuore. Martedì scorso ne ha contate otto, tante quante sono le salme ripescate nel pozzo del Ponte 4. Una è stata più dolorosa delle altre, quando è trapelata la notizia che tra loro c’era la piccola Dayana. Ma per quanto angosciante sia il recupero di un corpo, per i parenti è la fine del tormento interiore: «Almeno uno ha qualcosa su cui piangere. Non rivive più, quando si addormenta, l'ansia del giorno dopo, su cosa fanno dentro alla nave, su quello che succederà. L’unico modo per tirare avanti è trovarsi di fronte alla verità, qualunque essa sia».

Per questo domani sarà un lunedì carico di attesa e di speranza: i prelievi del Dna saranno conclusi su tutte le salme fin qui ripescate e chissà che una di queste non appartenga a suo fratello Russel Terence. «L'ultima volta ci siamo visti a Genova, nel 2009. Ci sentivamo per telefono. Lui, in pratica, non sbarcava mai e quando interrompeva il periodo di permanenza a bordo, volava a casa, a Mumbai, dove vivono la moglie e il figlio di 4 anni». Sarebbe certamente tornato a Mumbai se la Concordia non fosse naufragata per essere arrivata troppo sotto costa: «È un errore umano - osserva Kevin con occhi miti -. Non voglio giudicare Schettino né altri. Però qualcuno deve pagare. Quando scarcerarono il comandante, dissi che poteva succedere solo in Italia. Non in Germania o in Francia, solo in Italia. Col tempo mi sono convinto che la legge deve fare il suo corso, proprio come sta accadendo con i vostri marò nel mio Paese».

Un errore umano. Kevin lo definisce così, senza caricarlo neppure un po'. Bada a evitare aggettivi, parla senza risentimento, getta sale nel solco dove germoglia l'ira: «Ogni cosa ha una fine, non siamo noi a decidere la vita di qualcuno. Non doveva andare in questo modo per mio fratello né per le altre 31 persone che sono morte con lui. Nessuno lo meritava, nemmeno i quattromila scampati, gli abitanti di quest'isola e i soccorritori». Già, sono eroi i sommozzatori che rischiano la vita per lavoro, col solo scopo di recuperare fino all'ultimo corpo imprigionato nell'abisso buio, freddo e infido della nave. Lui ne ha stima sconfinata: «I migliori al mondo. Me l'hanno detto gli osservatori europei venuti qui a rendersi conto di come si svolgono le operazioni. Hanno sempre dato prova di umanità e professionalità. Grandissimi. Supplico Dio che a loro non succeda nulla».

Kevin prega molto. Sullo scoglio, ogni giorno nella chiesetta del Giglio, nel chiuso della sua stanza al Bahamas. È cattolico fin dalla nascita e quest'anno, scrive su Facebook, tornerà a fare Quaresima. Quaranta giorni fatti di verdura, penitenza e digiuno in memoria di Russel Terence, da vivere in buona parte sul minuscolo lungomare di Giglio Porto. Gli abitanti lo trattano al pari di uno di loro, come se vivesse lì da sempre. Sono abituati a vederlo camminare leggero, col cellulare sempre all'orecchio, sorridente: «Il personale è stato determinante per l'evacuazione, ma i gigliesi sono stati eccezionali. Se il naufragio fosse avvenuto vicino a una città, non sarebbe arrivata gente così esperta ad aiutare i naufraghi. Sono pescatori, conoscono il mare. Hanno dato tutto, meritano più di un grazie, anche se mio fratello non ce l'ha fatta».
di Antonio Valentini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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