Il Tirreno

Livorno

Costi, pochi controlli e norme vecchie E sott’acqua si muore

di Federico Lazzotti e Mario Moscadelli
Costi, pochi controlli e norme vecchie E sott’acqua si muore

La denuncia di un sommozzatore: si va ancora giù a lavorare con la maschera e il bombolino come 50 anni fa

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Edordo Bartolini, 42 anni, sommozzatore professionista che ha appeso la bombola al chiodo due anni fa, la semplifica così: «Finché per fare i lavori in porto si vedranno subacquei immergersi usando semplicemente la maschera e il bombolino come si faceva 50 anni fa vorrà dire che non c’è sicurezza e i sommozzatori rischiano la vita ogni giorno».

Ma c’è di più nel mondo della subacquea industriale: costi alti per comprare le strumentazioni, pochi controlli sui cantieri e norme vecchie o peggio ancora inesistenti che non regolamentano il lavoro sia in porto che sulle piattaforme.

Ecco perché parlando con i professionisti livornesi iscritti all’albo degli operatori tecnici subacquei il giorno dopo la tragedia di Castiglioncello dove ha perso la vita Francesco Vezzani, 38 anni, ognuno racconta di piccole e grandi intoppi che qualche volta sono diventati rischi o brutti ricordi.

Un esempio sulla legislazione? L’ultima ordinanza della Capitaneria di Porto di Livorno che regola le immersioni in porto è del 1986. Per le cosiddette immersioni off-shore, quelle fuori dalle banchine, va anche peggio, visto che le direttive sono solo accennate nel testo unico sulla sicurezza.

Lo stesso Daniele Cappanera, che ha cercato di salvare il collega caduto fino a 50 metri di profondità, racconta che «ogni giorno lavoravamo in un clima di tensione per via della sicurezza».

L’indagine. È in questo clima opaco che proseguono le indagini sulla tragedia. Il sostituto procuratore Massimo Mannucci ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Il sub - 38 anni, nato a San Minato e residente a Castelfiorentino - stava lavorando ad un ondametro per conto della 40 South Energy. Come da prassi sul cadavere di Vezzani il magistrato ha disposto l’autopsia, mentre ieri è stato notificato il primo avviso di garanzia. Nel registro degli indagati è finito il titolare della società (con sede legale a Londra e operativa a Pisa) Michele Grassi.

Gli accertamenti. Il primo passo per fare luce su quanto successo in mare intorno alle 10,30 di giovedì sarà l’autopsia su Vezzani. Il pm ha conferito l’incarico al medico legale Luigi Papi, che stamani eseguirà l’esame all’obitorio di Rosignano Marittimo. La salma poi sarà restituita alla famiglia. Lo stesso magistrato non esclude altre perizie tecniche, visto che la legislazione in tema di sicurezza durante le immersioni è piuttosto complicata. «C’è molto da lavorare e servirà tempo per chiarire tutti gli aspetti», dice Mannucci.

La società si difende. «Sulle nostre immersioni abbiamo un piano-sicurezza che corrisponde in pieno alla normativa». Michele Grassi, fondatore e titolare della 40 South Energy, rimanda al mittente le accuse sulla sicurezza in mare adottata dalla sua società. «La nostra azienda – spiega – adotta un piano di sicurezza che addirittura non prevede quello in gergo viene chiamato “fuori curva” durante l’immersione. Dunque, una misura che riduce davvero al minimo i rischi. Inoltre, Francesco, tra l’altro responsabile della sicurezza, era dotato come da prassi di un computer che segnala i tempi dell’immersione».

Grassi conosceva Vezzani dal 2007. «Abbiamo iniziato insieme a lavorare al progetto di estrazione di energia dalle onde. Mi ricordo che un giorno andai a Marina di Pisa in cerca di un sub professionista. Mi indicarono Francesco e fu una giusta indicazione: era il nostro uomo migliore, scrupoloso e preciso. Inoltre, con cui condividevo anche una bella amicizia. Dunque, mi fanno male certe affermazioni su nostri standard di sicurezza in mare».

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