Il Tirreno

Livorno

Lacrime, urla e corse per spiare il processo agli amici scippatori

di Federico Lazzotti
Lacrime, urla e corse per spiare il processo agli amici scippatori

Decine di ragazzi e parenti all’udienza a porte chiuse ai sei ragazzi arrestati in estate dopo una trentina di colpi

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LIVORNO. Due ragazzine in leggings, la prima con le scarpe da ginnastica, la seconda in stivali e felpa muccata, spuntano dalle scale al primo piano del tribunale: puntano la panca in legno lungo il corridoio, la scalano, si appoggiano con le ginocchia sul davanzale e sporgendosi al di là dei vetri della finestra guardano in basso. «Com’è bello ir Barto», dice quella più alta rivolgendosi all’amica.

Passano pochi secondi e a piccoli gruppi arrivano alcuni parenti e altri amici dei sei ragazzi, ora imputati, arrestati tra il settembre e l’ottobre scorso con l’accusa di fare parte di una banda che in un anno avrebbe messo a segno decine di scippi e furti in città per poi vantarsene su Facebook.

Tra gli amici supporter c’è chi si nasconde, altri salutano il coetaneo in manette, altri ancora desistono e aspettano fuori. Ma se non fosse per la schiera di agenti della polizia penitenziaria sistemati intorno agli indagati e ai loro avvocati, il comportamento di parenti e amici potrebbe essere scambiato per quello di una claque di fan che partecipa a un talet show televisivo.

«È il senso di appartenenza», sussurra un vecchio avvocato guardando un paio di ragazzi fare il giro del piano per eludere il controllo delle guardie giurate che cercano di farli stare lontano dalle finestre perché «è pericoloso». «Una cosa del genere – aggiunge il legale di uno dei ragazzi – non l’avevo mai vista in via mia».

Come se si trattasse di un evento, tanto è stato spiato, l’attesa dura molto di più rispetto al processo.

«C’erano soltanto da chiarire i patteggiamenti e fissare l’udienza per le altre posizioni», spiega uscendo dall’aula il pubblico ministero Luca Masini dando appuntamento al prossimo 28 di marzo confermando che «c’è l’accordo su tre posizioni con pene da tre anni e quattro mesi ad un minimo di un anno».

I primi ad arrivare nei dintorni del tribunale, intorno alle 10, sono la mamma di uno degli indagati e alcuni amici. Ma passa quasi un’ora prima che il furgone della polizia penitenziaria raggiunga via Falcone e Borsellino. «Arriva, arriva», dicono quando vedono sbucare il muso del blindato. «Lo portano al primo piano in attesa del processo», avverte qualcuno.

Il giudice Giovanni Zucconi, che deve presiedere l’udienza, non è c’è: è impegnato in carcere per una direttissima ed è in ritardo. Così i tempi si dilatano mentre arrivano gli altri indagati. Ci sono Micael Del Vivo, Marco Lucchesi, Andrea Morelli, il più grande dei sei con suoi 37 anni, Yuri Bartolini, Davide Mazzoni e Daniele D’Amato che rispetto al giorno dell’arresto ha messo su qualche chilo.

«Siete in troppi – spiega un impiegato rivolgendosi anche ai parenti – il processo viene spostato nell’aula al piano terra».

C’è chi prova a imboscarsi e confondersi con le parti offese, tanto che è lo stesso pubblico ministero, poco prima che inizi l’udienza, a ordinare di sgomberare l’aula e leggere l’elenco con i nomi delle parti offese che possono assistere. Alla fine solo cinque delle trenta vittime di scippi e furti si sono costituite parte civile.

Quando poco dopo mezzogiorno il giudice dà il via al processo scatta la caccia alla finestra migliore per vedere quello che succede. «Per favore – chiede un signore con i capelli bianchi e il piumino colorato –sono sei mesi che non lo vedo, fatemi guardare mio nipote». C’è chi piange quando vede il figlio uscire in manette dall’aula e risalire sul furgone. Le fidanzate allungano un braccio per sfiorare chi non vedono da mesi. Un attimo dopo il tribunale si svuota, fino al prossimo processo che diventa spettacolo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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