Il Tirreno

Livorno

«Guai se diventiamo terra di conquista»

di Mauro Zucchelli
«Guai se diventiamo terra di conquista»

Sos Compagnia portuale, Kutufà attacca: va evitato che in porto si crei un vuoto e venga qualcuno da fuori a comandare

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LIVORNO. «L'ho scritto tempo fa sul Tirreno: siamo una città commissariata. Adesso, se la crisi della Compagnia portuale lasciasse un vuoto in porto, c'è il rischio di diventare una città conquistata: dai genovesi o da un fondo d’investimento di chissà dove». Giorgio Kutufà, presidente della Provincia, è la quintessenza del moderatismo: non solo politico ma anche nei modi e nei toni. Eppure, davanti alla commissione speciale emergenza occupazione di Palazzo Granducale, usa parole pesanti come pietre: «Se non resta qui nessun centro decisionale, saremo solo il terreno delle scorrerie altrui senza poter fare niente: in porto e altrove».

Ma non è il solo a pensarla così. Gli imprenditori avranno visto i portuali come il fumo negli occhi per decenni ma ora, invece che il sogno di affondare definitivamente i "nemici rossi", nella trincea degli operatori privati sembra diffuso un (doppio) timore: da un lato, c'è il pericolo che si apra una fase di conflittualità disperata e senza registi («quasi un Vietnam quotidiano sulle banchine»); dall'altra, c'è la preoccupazione che arrivi qualche grosso soggetto da fuori a dettar legge («e mentre con il pragmatismo dei portuali gli accordi si sono sempre fatti, un gigante esterno potrebbe venire semplicemente a spadroneggiare»). Dev'esser per questo che perfino dalla sponda politica del centro-destra livornese, mai tenera nei confronti dei "portuali piglia-tutto", si ascoltano toni preoccupati: per i posti di lavoro ma anche per gli equilibri complessivi dei poteri in porto.

Portuali in assemblea. Praticamente in contemporanea con la riunione nella sala rossa della Provincia, è partito il doppio round di assemblee che ieri hanno visto protagonisti i lavoratori portuali. Certo, non è allegro mandar giù il taglio alle buste paga: la sforbiciata del 20% c’è chi ha proposto che avvenga mediante un taglio lineare anziché colpendo alcune singole voci della retribuzione.

Nel complesso, però, sembra che i lavoratori abbiano mostrato «piena consapevolezza» di quant’è critica la situazione: amara da mandar giù la medicina, ma è il modo per evitare il ko. Un aspetto sul quale insisterà poi Mazzola (Pdci).

Prepensionamenti. Nel frattempo, si assottiglieranno gli organici: più di 25 lavoratori hanno maturato i requisiti per andare in pensione (in virtù dei benefici per gli esposti all’amianto).

Nell’incontro a Palazzo Granducale, Kutufà non manca di tirare le orecchie allo stato maggiore della Compagnia («solo negli ultimi tempi le informazioni sono state più complete, in passato non era stato così») e neppure vuol glissare sulla radice dei guai («c’è uno squilibrio strutturale fra costi e ricavi al quale non si è pensato di rimediare rimettendo in carreggiata i conti ma mediante i proventi di operazioni straordinarie»).

Come se ne esce. Il presidente della Provincia squaderna una serie di elementi del piano Bruschini, già anticipato dal Tirreno. Alla voce taglio dei costi c’è il risparmio di 1,1 milioni di euro tramite prepensionamenti, nel nuovo modello di gestione spunta una «maggiore aziendalizzazione» con budget più rigidi e la separazione fra capogruppo e la «costellazione di 17 partecipate».

Cosa c’è da vendere. Kutufà mette sul tavolo tre beni. Il primo è la sede di via San Giovanni: 8500 metri quadri «già ipotecati da Fidi per 8,5 milioni e poco commerciabili anche perché il mercato del mattone è in fase di stanca. Il secondo è l’autoporto del Faldo: i portuali ne hanno il 60%, il resto è in mano all’importatore Koelliker che lo gestisce («ma è anche lui in difficoltà economiche per i guai del settore auto»). Il terzo è il terminal Tdt in Darsena Toscana: è il gioiello di casa, anche in tempo di crisi ogni anno sforna 4 milioni di utili. È «come togliersi un polmone» ma è il bene vendibile meglio e più rapidamente: i genovesi sono lì pronti all’acquisto.

Lo spettro del Cantiere. Per Malanima (Pdl) «chi ha portato la Compagnia fin qui non può essere anche chi la salva»: lo dice ricordando che Livorno «dal ’94 si è ritagliata unun granducato a sé in cui non applicare la concorrenzialità». E aggiunge: «Occhio a non difendere soilo la storia e la bandiera, la fine del Cantiere insegna».

A giudizio di Lami (Prc) «non bisogna consegnare tutto alle logiche di mercato» , Coluccia (Pd) dice che è rilevante che in difficoltà sia una coop («si va verso una riduzione del pluralismo economico»). Per Celanti (Idv) «siamo arrivati a perdere l’italianità» a suon di dire che lo Stato non deve fare impresa e bisogna attrarre capitali esteri. Ma Mirabelli (Pd) ribatte: «Privati che investono? Ce ne fossero, e non mi interessa se sono livornesi ma quanto lavoro creano».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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