Sicurezza
«Ora diteci se il nostro pesce è sicuro»
Al Mercato centrale commercianti alle prese con la paura dei clienti: «No alla psicosi, però vogliamo essere informati»
LIVORNO
Sul banco di Rinaldo Bartolini, nel cuore del Mercato centrale, ieri mattina non c’erano naselli nostrani, ma pesci del golfo di Lione: «Devo stare attento, tutelare i miei clienti, anche perché qui nessuno ci dice niente...».
Tra le casse di pesce dello storico mercato livornese, dopo il vertice romano sui bidoni tossici sprofondati al largo di Gorgona, le facce si fanno scure. Ieri pomeriggio le note inviate dalla capitale hanno confermato che la task-force del ministero dell’Ambiente ha disposto analisi su «acqua e pesci» per cercare «eventuali contaminazioni nella catena alimentare». Tutto perché stando alle immagini catturate dai robot nelle profondità tra l’isola e il banco di Santa Lucia mostrano che alcuni fusti (non tutti, anche perché per la verità molti mancano ancora all’appello) si sono aperti per la pressione dell’acqua.
Sui banchi del mercato - dove le parole si trasformano in facce, domande, fatica, vendite o mancate vendite - gli operatori, è proprio il caso di dirlo, non sanno che pesci prendere. «La gente fa domande – racconta Bartolini – ma né l’Asl né la capitaneria ci hanno dato informazioni o indicazioni di qualche tipo. Cosa vuol dire, che è tutto a posto?».
Il commerciante è furioso: «Fanno le riunioni al ministero e lanciano allarmi, ma poi nessuno che venga a spiegarci come stanno le cose. La capitaneria ci sta col fiato sul collo per esporre sul bancone il nome dei pesci in latino. Uno me l’hanno fatto cambiare: avevo scritto male l’equivalente di tonno, si dice thunnus albacore, ora lo so a memoria. Per carità, è la normativa, ma per spiegarci meglio cosa è successo e (se servono) darci indicazioni, a settimane dall’incidente non è ancora venuto nessuno. È il colmo».
La paura della psicosi tra i consumatori, ripete, «è tanta: con questo lavoro, con questi pesci, ci mangiamo noi e ci diamo da mangiare ai nostri pargoletti».
Almeno per ora, stando a quanto riferito dagli operatori, il settore non ha subito cali che possano essere collegati direttamente alla paura da fusti tossici. Tra un banco e l’altro i venditori rassicurano i clienti. «Siamo i primi – riprende Rinaldo – a fare attenzione alla merce che scegliamo. E se nessuno si è preoccupato di diramare divieti vorrà dire che il nostro pesce è sicuro».
Su molti banchi gli scampi sono siciliani o del Mar Adriatico. Ma non è l’effetto ministeriale: hanno deciso prezzi e mercato.
«L’errore – chiude il commerciante – non è qui, dietro alle nostre vetrine, ma a monte. Ci devono essere maggiori controlli, controlli spietati, per queste navi che trasportano sostanze tossiche. E poi, quanto sono tossiche? C’è chi ci dice una cosa e chi ne dice un’altra. Io so solo che incidenti come questo mettono a rischio tutto un sistema: una rete che va dal pescatore al commerciante, fino al ristoratore. Serve chiarezza».
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