Il Tirreno

Livorno

Eni, il giudice fa reintegrare due licenziati

di Mauro Zucchelli
Eni, il giudice fa reintegrare due licenziati

Il sindacato chimici Cgil: questa storia dimostra che l’articolo 18 è fondamentale per tutelare i diritti

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LIVORNO

Due operatori addetti al carico delle autobotti hanno vinto il braccio di ferro con la raffineria Eni che li aveva licenziati: il giudice Maria Giuliana Civinini, presidente della sezione civile del Tribunale, ha ordinato la reintegra dei due lavoratori, difesi dall’avvocato Filippo Di Rocca, disponendo anche che siano pagati loro otto mesi di stipendio.

Il sindacato chimici Cgil coglie al balzo la sentenza del tribunale per andare all'attacco sul fronte dei diritti dei lavoratori: la vicenda dei due addetti licenziati per "giusta causa" è emblematica di quel che rappresenta in concreto la battaglia in difesa dell'articolo 18, afferma Bruno Laucci, esponente della segreteria provinciale Filctem Cgil: «Fin dall'inizio il nostro sindacato aveva espresso dubbi sulla provvedimento adottato dall'azienda. Ma in particolare questa storia deve far riflettere su quanto sia importante l'articolo 18: se non fosse esistito, questi lavoratori non avrebbero avuto la possibilità di ricorrere contro la decisione aziendale per salvaguardare i propri diritti».

Tutto nasce da un episodio avvenuto agli inizi del settembre scorso. La Guardia di finanza, nel corso di un controllo di routine sui mezzi in uscita dall'area di carico del Gpl, rileva che una autobotte porta più dei 44mila chili che rappresentano il limite massimo ammissibile per poter circolare sulle strade. Tre mesi più tardi, a dicembre, la direzione Eni licenzia i due operai accusandoli di non aver rispettato le procedure previste per il carico delle autobotti.

Ma la difesa dei due operai – entrambi hanno alle spalle trent’anni di lavoro senza contestazioni, uno dei due era stato delegato sindacale in passato – è riuscita a dimostrare che i lavoratori hanno seguito passo passo quanto previsto dalle regole operative del loro reparto. Effettivamente dall’erogatore hanno rilevato un surplus rispetto al limite dei 44mila chili, lo hanno comunicato via radio ai propri superiori segnalando il problema. Ma il controllo che i tecnici responsabili hanno effettuato sul loro computer ha segnalato che invece l’operazione era andata a buon fine ed era nei limiti previsti e dunque hanno dato il via libera.

Dalla verifica da parte degli uomini delle Fiamme Gialle è emerso che invece il carico era eccessivo. Ma l’azienda non può addossare la responsabilità ai due operai, ha deciso il giudice.

Il legale degli operai ha messo in rilievo che l’azienda aveva stabilito il (doppio) licenziamento a distanza di tre mesi dall’episodio contestato: un tempo lungo e comunque tale da rendere difficile la difesa.

È da aggiungere che i lavoratori erano talmente sicuri delle loro buone ragioni da aver chiesto che si arrivasse al giudizio con procedura d’urgenza. In tal caso, i tempi della giustizia si riducono ma, detto in estrema sintesi, si inverte l’onere della prova: non tocca più all’azienda provare i buoni motivi del licenziamento, devono essere i lavoratori a dimostrare di essere dalla parte della ragione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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