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Assolto l’ex primario Galli Il giudice: ora indagate sull’Asl
Michelangelo Gori è morto nel giugno 2006 dopo un attacco di cuore mentre era ricoverato all’Utic «L’allarme non funzionava». La vedova dopo la sentenza contesta il giudice e grida: «Vergogna»
LIVORNO. Lungo il corridoio del Tribunale la vedova batte le mani al giudice, applaude, prima di urlarle contro al magistrato tutto il suo sdegno misto a rabbia: «Vergogna, vergogna». Dentro l’aula, invece, l’ex primario di Cardiologia Michele Galli, unico imputato nel procedimento, piange, abbraccia i suoi avvocati e telefona a casa: «Assolto», dice con la voce incrinata dalle lacrime.
Finisce così, almeno per ora, il processo per la morte di Michelangelo Gori, il perito tecnico scomparso all’alba del 20 giugno 2006 a 41 anni mentre era ricoverato Utic dell’ospedale di Livorno.
Ma l’inchiesta, adesso, potrebbe ricominciare da capo, magari con altri protagonisti, a cominciare dai vertici dell’Asl 6, il cui fantasma ha sempre aleggiato in questo procedimento. «L’errore – ha ripetuto uno dei legali del medico, l’avvocato Alberto Uccelli durante le repliche – è dell’Azienda ospedaliera, non ci si può accanire con l’unica persona che è rimasta con il cerino in mano».
Questa, molto probabilmente, è stata anche la sensazione del giudice Beatrice Dani che al termine della sentenza con la quale ha assolto l’ex primario dall’accusa di omicidio colposo – come aveva chiesto anche il pubblico ministero Antonella Tenerani – ha ordinato «la trasmissione agli atti alla Procura perché proceda – si legge – nei confronti dei soggetti responsabili dell’Asl che dovevano curare l’adeguamento di mezzi e personale della struttura Utic».
È questo l’ennesimo colpo di scena di un processo lungo oltre tre anni duranti i quali si sono susseguite decine di udienze nelle quali si è assistito, nella stragrande maggioranza dei casi, a una guerra di perizie tra i consulenti delle parti. Tanto si sono rivelate distanti i risultati ai quali erano arrivati gli esperti, che lo stesso giudice, prima di chiudersi in camera di consiglio e decidere, ha nominato un suo consulente, l’ultimo teste, ieri mattina, ad essere ascoltato nell’aula d’Assise gelida e con i termosifoni spenti.
Al centro del procedimento una certezza e un dubbio. La certezza – confermata anche dagli accertamenti informatici sui terminali dell’Utic collegati ai pazienti ricoverati – riguarda il silenzio dell’allarme nel momento in cui Michelangelo Gori, intorno alle 5,55 di quel giorno ha avuto l’arresto cardiaco che si è poi rivelato fatale.
«Era stato abbassato il livello di allarme che doveva segnalare i codici gialli», ha spiegato durante la sua testimonianza il tecnico che ha modificato i parametri. Ma quel giorno anche gli allarmi rossi sarebbero stati spenti vanificando alla radice ogni possibilità di intervento per defibrillare il paziente nell’arco dei due minuti previsti dal protocollo nel tentativo di salvarlo.
Il dubbio sul quale, invece, si sono dati battaglia i legali dell’ex primario, gli avvocati Lorenza Musetti lo stesso Alberto Uccelli e le tre parti civili, ha riguardato le condizioni del cuore del geometra. «Aveva necrosi sparse che lo avrebbero portato al decesso», ha spiegato Musetti. «Aveva un cuore forte e si sarebbe salvato con certezza – ha ribattuto il collega Danilo Adoncecchi, che rappresentava uno dei genitori della vittima – e in ogni caso, anche se non sappiamo per quanto – ha sottolineato – avrebbe guadagnato almeno un giorno in più della sua quotidianità circondato dalla moglie e dalle due figlie».
Dagli atti è emerso che Gori venne ricoverato sei giorni prima del decesso in seguito ad un infarto durante una partita di calcetto. «Quando mi presentai al reparto – ricordava anche ieri mattina la moglie Rossella Capecchi in attesa della sentenza – mi tranquillizzarono dicendomi che tutto sarebbe andato bene e che quello era il fiore all’occhiello dell’ospedale. Il giorno prima di morire mio marito stava bene e doveva essere dimesso. Invece la mattina seguente mi chiamarono dicendo che era non c’era più».
Dagli atti del processo è emerso che fu l’allora primario a chiedere che sul corpo del quarantunenne venisse eseguita l’autopsia mettendo a disposizione degli inquirenti anche i tracciati del cuore registrati dal pc dell’Utic.
In tredici vennero iscritti nel registro degli indagati ma solo Galli è finito a processo. Ora anche gli altri dodici potrebbero tornare in aula per rispondere all’ urlo di una vedova che non chiede altro che giustizia, la stessa che ieri ha avuto l’ex primario.
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