Sicurezza
Santa Elisabetta, il palazzo conteso
L’edificio fu donato dalla duchessa: Comune e curia litigano sull’Ici ma ora temono che gli eredi impugnino il lascito
LIVORNO
La duchessa Adriana Poli di Montaperto ne fece un salotto letterario che si affacciava sull’allora villa Attias. Amava la letteratura e chi ne era appassionato, tanto che quando decise di lasciare tutto l’immobile al vescovado e al «podestà di Livorno», volle assicurarsi che il suo dono sarebbe servito per «provvidenze a giovani studiosi». In altre parole borse di studio per studenti in lettere e seminaristi. Lo ricorda la targa che guarda dall’alto la piazza dei giovani, sulla facciata. Oggi il Palazzo Santa Elisabetta è per metà del Comune e per metà della curia, in concessione (per 47 anni, come deciso nel 1992) alla famiglia di imprenditori edili Saporito. Ma un cavillo legale saltato fuori dalla commissione tributaria potrebbe risvegliare le attenzioni dei discendenti e rimetterne in discussione il futuro.
Il caso Ici. A riaccendere le luci sulle finestre del Santa Elisabetta sono stati i 94mila euro di Ici che da piazza Attias, negli ultimi cinque anni, non sono mai arrivati nelle casse del Comune. Secondo gli addetti ai lavori avrebbe dovuto pagare Saporito, come previsto dalla concessione, ma non l’ha fatto. Così nel 2010 l’ufficio tributi ha notificato alla diocesi la richiesta di pagamento. Dalla curia è partito il ricorso alla commissione tributaria, che ora ha emesso la sentenza: tutto da rifare, la riscossione di quel gruzzolo è rimandata almeno di un po’.
La sentenza. La commissione, pur non entrando nel merito (non ha detto chi deve pagare), ha rilevato che l’accertamento non doveva essere inviato alla diocesi ma al seminario vescovile, che in realtà è il vero comproprietario dell’immobile. Come a dire: stessa famiglia, fratelli diversi. Così dal Comune hanno rispedito la cartella al destinatario giusto.
Cavillo boomerang. A Palazzo Civico, però, dicono che l’intestatario non era stato scelto a caso. La concessione con Saporito porta la firma dell’allora vescovo Ablondi che era sì rappresentante legale sia della diocesi che del seminario, ma stando all’interpretazione dei tecnici avrebbe messo il suo sigillo a nome del primo e non del secondo: se così fosse potrebbe essere invalidata la concessione? Nessuno lo dichiara ufficialmente, ma in questi giorni nelle stanze dei due palazzi c’è grande preoccupazione e i tecnici sono andati a rispulciare le carte. Per allontanare dubbi e imprevisti la curia sarebbe anche pronta a fare una ratifica.
Verso l’accordo. Restano quei 94mila euro a cui il Comune non rinuncerà, «anche se non era nostra intenzione colpire la curia». Sia dalla diocesi che da Palazzo Civico ripetono che «vogliamo risolvere la questione pacificamente». Come? Il vescovado sarebbe pronto a dare il via al pagamento almeno di una parte della somma, ma per poi chiedere conto al concessionario.
Sarà pressing su Saporito. Su una cosa, infatti, Comune e diocesi sono perfettamente d’accordo: a versare l’imposta doveva essere Saporito. Stando alle carte la concessione a natura patrimoniale firmata nel 1992 prevedeva che l’imprenditore si accollasse la ristrutturazione dell’immobile (completata a fine anni Novanta per oltre due milioni di euro), le spese e le tasse. Tutto in cambio del diritto all’uso esclusivo di alcuni vani (ad esempio l’intero attico) e agli introiti. Nel palazzo ci sono una trentina di immobili, tra uso abitativo, fondi e uffici. All’epoca della firma in consiglio comunale si scatenò un lungo dibattito perché per rientrare dall’investimento (per la verità anche per liberarsi di eventuali spese) all’imprenditore furono concessi 47 anni. Se il caso Ici non dovesse essere risolto, Comune e diocesi sarebbero pronti a lavorare alla revoca della concessione per quello che definiscono «mancato rispetto degli accordi». Le valutazioni sono in corso: il concessionario potrebbe essere “liquidato”, calcolando di quanto ancora deve rientrare dall’investimento.
E se gli eredi ...? Il timore più grande, però, è che quel cavillo rispolverato dalla commissione tributaria metta una pulce nell’orecchio degli eredi. Chissà che scavando negli atti di successione, tra seminari e diocesi, non trovino davvero qualcosa... In passato i discendenti si sono già lamentati per un presunto non rispetto delle volontà della duchessa. Nel legato del 1936 la donna aveva vincolato la donazione a un fine ben preciso: tolte spese e tasse, gli introiti sarebbero dovuti servire ad aiutare seminaristi e studenti in lettere. Il contributo previsto in questo senso dalla concessione con Saporito è di 10 milioni delle vecchie lire, circa 5mila euro all’anno.
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