Gioco
La lezione di Luciano intitolata a De Majo una sala del Comune
Nel primo anniversario della morte del nostro collega in 200 riempiono l’aula consiliare di Palazzo civico
LIVORNO
«Ci manca solo che mi facciate diventare un torneo». Pare di sentirlo Luciano mentre sguaina una di quelle similitudini immaginifiche che prendeva dal collega Renzo Marmugi al ritorno dalle trasferte da baskettari impenitenti. Pare di sentirlo, a un anno esatto dalla morte che l'ha rubato alla "sua" Livorno o quantomeno a quei duecento che si pigiano in ogni angolino dell'aula consiliare di Palazzo civico (e parecchi che fanno finta di non avere la lacrima sul ciglio e di non sentire quello gliuommero che inchioda la gola…).
La petizione. Lo dice anche Francesco Gazzetti, volto tv del tg di Granducato, l'anima della petizione che è nata dal mondo dell'informazione locale per chiedere al sindaco Cosimi di intitolare a Luciano De Majo, morto a 40 anni per un tumore, la sala preconsiliare del Comune.
In una “lettera a Luciano” in cui presenta l'idea, parte subito dicendo che di fronte a una tal cerimonia nell'anniversario della sua scomparsa proprio Luciano avrebbe ironizzato («ma cosa vi siete messi a fare»).
Già, perché alla passione civile e alla schiena dritta Luciano accompagnava un senso di leggerezza tutto amaranto: il rigore morale non è una croce da gettare sulle spalle degli altri ma è la misura di quel che bisogna esigere da sé stessi. Insomma, invece dei predicozzi, una testimonianza di vita: magari con un sorriso tanto sfotti-mondo quanto inclusivo. Fra i primi firmatari della petizione pro-Luciano c’è anche l’ex direttore della “Nazione”, Beppe Mascambruno: in effetti, è un caso più unico che raro il curriculum di De Majo che ha messo insieme non solo testate differenti ma anche la carta stampata, il web, la radio e la comunicazione istituzionale, lo sport e la cronaca nera, i grandi processi e la piccola politica, l’ecologia senza tabù e i lavoratori senza diritti...
Quella sua maglietta rossa. Sia chiaro, niente tarallucci e vino e, tanto per capirsi bene, una bella falce e martello come medaglietta (ma anche sull’incredibile maglietta bolscevica con cui giocava a tennis): eppure ieri perfino lo stesso mondo di destra gli ha reso omaggio come persona leale e corretta.
L’aula consiliare non ce la fa proprio a contenere tutti i mille mondi con cui De Majo riusciva a entrare in relazione: ad ascoltare l’introduzione di Enrico Bianchi, presidente del consiglio comunale ma anche il medico che ha cercato di salvare Luciano, ecco gli uomini della tradizione del remo come gli ex partigiani, la gente della fabbrica al pari degli ex ragazzi del Centro per la pace, tanto i colleghi quanto i lettori.
La parabola dell’agendina. Roberto Bernabò, direttore del Tirreno, racconta i propri dubbi iniziali di fronte all’idea di ricordare Luciano attraverso l’intitolazione di una sala in Comune: non c’era forse il rischio di “tradire” lo spirito di Luciano “rinchiudendolo” dentro il Palazzo? Ma il municipio è anche la “casa comunale”, cioè non solo né soprattutto luogo di potere ma anche e forse principalmente emblema della democrazia. D’altronde, la moltiplicazione delle soggettività non era un concetto astratto per De Majo, dice Bernabò: «Aveva una rubrica telefonica fittissima di nomi e ciascuno di essi era più di un contatto: era un mondo, una storia, una persona».
La primavera di Capaci. Il sindaco Cosimi non è lì solo per dovere istituzionale: nella brochure-ricordo del Comune, una foto ricorda lui e De Majo insieme alla festa dell’Unità che una generazione di giovani post-comunisti livornesi andò a organizzare a Capaci, nella primavera siciliana che reagì all’assassinio del giudice Falcone: è stata il romanzo esistenziale di formazione di una generazione di militanti e dirigenti della sinistra del dopo-Pci.
Dovere civile. «È un modo per farlo stare ancora qui, accanto a noi», ha detto Cosimi, sottolineando che «era un cronista sì, ma aveva un modo di rapportarsi e di partecipare in modo tale che il suo più che un lavoro di giornalista era un dovere civile, portato avanti con grande passione». È «ingiusto, profondamente e assolutamente ingiusto» che la sua vita sia finita così, ha ribadito il sindaco: «Con la sua totale mancanza di arroganza, la sua indole profondamente buona, il suo voler bene alla gente, avrebbe potuto dare moltissimo a questa città che amava così tanto».
Come De André. «A distanza di dodici mesi da quando ci hai lasciato – scrive Gazzetti nella sua “lettera a Luciano” – continui a rappresentare un esempio sfavillante di come si possa e si debba fare questo mestiere»: lavorando sodo «con coscienza, scrupolo e onestà». «Senza aver paura della fatica», dirà poi Colsimi. E magari – per dirla con quel De André che rappresentava una bussola nel sentire di Luciano – con la faccia tosta «in direzione ostinata e contraria». Ma senza perdere la tenerezza.
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