Gioco
L’Italia del basket a Livorno per l’addio a Cacco Benvenuti
Da Boni e Niccolai ai fratelli Natali, da Cosmelli a Fantozzi Le lacrime di Cianfrini, le ultime giornate passate con Savi
LIVORNO. tanta gente. Tanta gente che ci sarebbe voluto il duomo al posto della cappella mortuaria dell’ospedale. A salutare Gianfranco Benvenuti nell’ultimo viaggio verso l’eternità almeno tre generazioni di giocatori e di allenatori che si erano formati sotto la sua ala e i suoi urlacci, un mare di amici e anche tifosi della vecchia Libertas che il maestro Cacco aveva portato in A2 quando i derby con la PL incendiavano Livorno e la città mangiava pane e canestri. Altri tempi, ma l’affetto e la riconoscenza per il “guru” scomparso venerdì a quasi ottant’anni anche in questi momenti di declino del basket non sono diminuiti.
E’ stata una processione commossa e continua, fin dal mattino. Per essere vicini alla moglie Graziella, al figlio Alessandro, alla nuora Lisa e agli altri parenti, stretti in un dolore discreto e quasi storditi dall’abbraccio di così tante persone di ogni età. Poi, verso l’ora del funerale, è arrivata gente da mezza Italia. Con un denominatore comune: l’altezza. Mario Boni è venuto da Milano, Andrea Niccolai, i fratelli Natali, Andrea Luchi e tanti altri da Montecatini, “Pisello” Falsini da Faenza, Divo Muti da Firenze, Danilo Caluri da La Spezia. Con loro Ramagli, Dell’Agnello, De Raffaele, Carmenati, Sodini. Giovani coach che dei consigli di Cacco si erano nutriti per spiccare il volo. E poi i livornesi: Massimo Faraoni e una marea di giocatori che Benvenuti aveva scoperto e lanciato: da Raffaele a Cosmelli, da Chirico a Giusti, fino a Fantozzi. Insieme a loro una delegazione della Libertas, diversi amici della PL, il sindaco di Livorno Alessandro Cosimi e quello di Montecatini, Giuseppe Bellandi, arrivato insieme al gonfalone di una delle tante città che a Benvenuti hanno legato imprese sportive e ricordi indelebili. Una cerimonia semplice, poi l’applauso nel momento in cui la salma ha cominciato a muoversi verso il cimitero dei Lupi.
Paolo Cianfrini, allenatore e amico fraterno, era affranto. «Caro maestro questa non me la dovevi fare. La tua presenza era troppo importante, dovevi restare con noi un altro po’...». Aldo Savi, dirigente del Don Bosco, nell’ultimo mese che Cacco Benvenuti aveva trascorso in ospedale era stato una presenza costante. Gli portava il giornale, lo sosteneva, gli dava la speranza di riprendersi. E ora soffre in silenzio. Ma un fisico minato da diversi interventi al cuore non ha retto all’ultimo assalto. Ottant’anni non sono pochi per andare verso l’infinito, però i valori di quest’uomo ruvido ma profondamente buono rimarranno qualcosa di trasversale, un messaggio anche per le nuove generazioni di giocatori, sperando che chi li istruisce trovi l’umiltà di trasmetterli. Nell’ultimo viaggio Cacco si è portato dietro una foto dell’adorata figlia Simonetta, scomparsa prima di lui. Non farà fatica a riconoscerla.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
