Gioco
Ora fanno paura le sostanze chimiche di tende e mobili
Per Greenpeace sono i veleni nascosti della Concordia e potrebbero colpire a morte l’ambiente marino
di Luca Cinotti
ISOLA DEL GIGLIO
C’è un tesoro velenoso nascosto nel ventre di metallo della Costa Concordia naufragata nelle acque del Giglio: sostanze che - se liberate - possono colpire mortalmente l’ambiente dell’Arcipelago e del Tirreno. E non si tratta soltanto delle tonnellate di gasolio contenute nei serbatoi, né dei detersivi o delle pitture già rese note dall’inventario della Protezione civile.
No, il pericolo più insidioso perché nascosto si annida, ad esempio, nei preparati chimici utilizzati nei tessuti o negli arredamenti.
A lanciare l’allarme è l’associazione ambientalista Greenpeace, in un rapporto intitolato “Toxic Costa”. Che parte dal riconoscere «la trasparenza» dell’armatore nel rendere pubblico l’inventario di cosa era a bordo della nave. Ma poi prosegue spiegando che «qualcosa non torna».
E vediamo, allora cosa c’è da approfondire in una questione così delicata come il possibile inquinamento marino.
Innanzitutto, spiega Vittoria Polidori, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace , c’è l’utilizzo di «termini generici come “pitture e smalti” o “insetticida”, che non permette di effettuare stime apprezzabili dei rischi per l’ambiente. Potrebbe trattarsi di sostanze relativamente innocue come di composti organici a base di cloro pericolosi per l’ambiente».
Ma soprattutto, c’è tutta una serie di veleni dei quali poco o niente si è parlato. Come i 600 chili di grassi per apparati meccanici che «se dispersi in mare andrebbero a ricoprire il fondale marino».
Oppure gli imballaggi di plastica che sono utilizzati per contenere le 172 voci di bevande e di cibo riportati nella lista. Ma a preoccupare di più sono gli “articoli di arredamento” che erano a bordo della Concordia e che non vengono citati nella lista.
«Si tratta - spiega Greenpeace - di tappeti, tendaggi, tavoli, ma anche giochi, elettrodomestici, prodotti cosmetici e profumi: tutti contengono composti chimici pericolosi». Che diventerebbero letali, per l’ambiente, se lo scafo si rompesse o se dovesse rimanere a lungo immerso in acqua.
Tra queste sostanze - precisa ancora l’associazione - «ci sono certamente gli ftalati, usati in cavi, vernici e inchiostri, che sono tossici per il sistema riproduttivo dei mammiferi. Altra categoria probabilmente presente è quella degli alchifenoli, sostanze persistenti e tossiche per gli organismi acquatici».
E poi i ritardanti di fiamma usati per rendere ignifughi cavi elettrici e mobili, che interferiscono con lo sviluppo del sistema nervoso. E, ancora, le paraffine clorulate, usati in vernici, plastiche e gomme, che possono risultare cancerogene.
È difficile, secondo Greenpeace, stimare l’impatto ambientale che il relitto potrebbe causare, «anche se avere un quadro completo ed esaustivo di oggetti e sostanze presenti a bordo permetterebbe una più approfondita analisi del rischio. In quest’ottica la Protezione civile dovrebbe preetender edall’armatore tutte le informazioni necessarie.
Fra queste, conoscere dove i prodotti erano stoccati a bordo prima del naufragio, in particolare per quanto riguarda detergenti, vernici, insetticidi, è un dato essenziale allo scopo di rimuoverli dalla nave il prima possibile».
Infine, Greenpeace ricorda che dieci anni dopo l’istituzione del “Santuario dei cetacei”, non si è fatto nulla per limitare il transito delle imbarcazioni in quest’area pregiata.
Provvedimento chiesto ad alta voce non solo dall’associazione ambientalista, ma anche da ventottomila persone che hanno sottoscritto una petizione inviata al ministro Corrado Passera.
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