Lutto
«Curcio era ancora in cabina»
Il recupero dei sommozzatori del Consubin a 70 metri di profondità
LIVORNO
Missione compiuta. Il cacciamine Viareggio ormeggia al porto mediceo attorno alle 17 di ritorno da Vada, dove lunedì pomeriggio ha portato a termine l’operazione di recupero del corpo di Davide Curcio. Ma il ritorno alla base di La Spezia per la nave della Marina probabilmente tarderà, così come quello dei sommozzatori del Consubin al quartier generale di Porto Venere.
Poco dopo l’attracco della “Viareggio” arriva infatti la notizia che la Minerva Uno, unità di ricerca a cui la Grimaldi Lines aveva affidato le operazioni di caccia ai bidoni tossici persi dal cargo Venezia la notte del 17 dicembre scorso, ha individuato i rimorchi e probabilmente parte dei fusti perduti nelle burrascose acque al largo dell’isola di Gorgona. E così non è detto che, nonostante il recupero del carico di veleni sia stato affidato alla stessa Minerva Uno, non possa essere proprio il cacciamine Viareggio uno dei mezzi protagonisti delle operazioni a 400 metri di profondità 21 miglia al largo di Calambrone.
D’altra parte il “Viareggio” è dotato di strumentazione specializzata nella localizzazione e nel recupero di relitti e materiali dai fondali. L’ultimo intervento, prima dell’operazione-Curcio, come spiega il comandante dell’unità navale, il tenente di vascello Elia Cuoco, era avvenuto tre mesi fa nelle acque dell’Adriatico dove ancora insieme ai militari del Consubin, il cacciamine aveva recuperato su richiesta della magistratura, il relitto del “Francesco Padre”, motopeschereccio affondato nel 1994 a 250 metri.
«Per le operazioni sui fondali utilizziamo due veicoli filoguidati, che abbiamo ribattezzato Pippo e Falco. Si tratta di robot che possono arrivare rispettivamente a 600 e 300 metri di profondità - spiega Cuoco -. Li abbiamo usati anche ieri (lunedì, ndr) per il recupero del corpo del pescatore livornese. Attraverso i due mezzi, dotati entrambi di una telecamera che trasmette in diretta le immagini e i dati che raccoglie alla nostra strumentazione di bordo, abbiamo potuto controllare nuovamente il fondale e la situazione del relitto del “Santa Lucia II”».
Una volta fotografato il quadro sono intervenuti i sommozzatori del comando subacqueo e incursori, corpo speciale della marina italiana. «Un nostro uomo si è immerso utilizzando uno scafandro rigido articolato - spiega il direttore delle operazioni subacquee, il tenente di vascello Giorgio Bisaglia -. Arrivato sul fondale ha iniziato l’operazione di recupero del corpo di Davide Curcio». Non è stato facile, nonostante lo scafandro compatto articolato (cosiddetto Ads, Atmospheric Diving Suit) permetta all’uomo che lo veste di arrivare a profondità anche di 600 metri. «La corrente era molto potente - racconta Bisaglia - e lavorare vicino a un relitto con reti intorno e cavi rappresentava un elemento di alta pericolosità. Il corpo di Curcio è stato estratto dalla porta della cabina ma senza entrare nello scafo visto che si trovava in posizione accessibile dall’esterno». Sulle condizioni della salma gli uomini della Marina si limitano a un aggettivo: «Compatta», per quanto possa esserlo un corpo dopo un mese in acqua. Sui dettagli dello scafo invece non ci sono dettagli. «Li abbiamo forniti al magistrato insieme ai filmati girati sul fondale».
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