Il Tirreno

Livorno

Costa concordia

In mare fiori e messaggi

di Antonio Valentini

Cerimonie per le vittime. E la madonnina ripescata dai sub resta sull’isola

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ISOLA DEL GIGLIO

Un mese esatto dopo il naufragio della Concordia, la statua della Madonna con l’abito turchino è il simbolo attorno al quale tutti i gigliesi si raccolgono. E’ stata ripescata dai sommozzatori nel ventre della nave, nel buio che sa d’abisso, assieme al Bambinello, a un tabernacolo e a una piccola croce. Ora stanno su un altare laterale della chiesa di Giglio Porto, ieri immersa nella luce e risonante di un’Ave Maria sommessa, dolorosa, recitata di continuo prima della Messa in ricordo delle 32 vittime del disastro senza un perché.

Sono passati più di trenta giorni da quel tragico 13 gennaio e il relitto della regina dei mari è ancora lì, inclinato sul fianco sinistro, capace d’intimidire chiunque per la mole e il ventre pieno di veleni. «Non è in una posizione naturale – dice Pierluigi Foschi, amministratore delegato di Costa Crociere -. Era stata concepita per un altro scopo, non doveva stare lì. Ora sembra un animale preistorico». Poche parole, messe in fila al termine della Messa dove partecipa seduto distante dai parenti delle vittime. Scelta non casuale, prevista da una regia che non si fa sfuggire nulla, neppure l’assegnazione dei posti in chiesa. E che in ogni caso esclude fratture nascoste: «Quasi ogni giorno vengo al Giglio – ricorda allungando il passo -. Qui ho condiviso la tristezza di chiunque abbia perso una persona cara».

Il dolore ha preso il sopravvento sulla rabbia dei familiari dei morti e dei dispersi, che entrano in chiesa ormai abituati al consueto slalom tra cineprese e taccuini. Hanno il volto segnato e consapevole di chi è senza speranza. Elio Vincenzi, marito di Maria Grazia Trecarichi, il cui nome figura tra i dispersi, alla fine della Messa sale sull’altare e ringrazia tutti: «Questo è il meglio dell’Italia». E poi esce facendosi largo tra la folla con gesti energici, teso e commosso. Assieme agli altri ieri mattina è salito su una barca per gettare in mare fiori e messaggi, quelli spediti su Twitter o giunti su Facebook, in un gesto disperato ed estremo, quasi a voler comunicare con chi non c’è più. Perché nessuno riesce a farsene una ragione: morire in una nave che s’inabissa dopo aver sbattuto su uno scoglio, per sfida o errore che sia, non ha un senso. La logica non sa coglierlo. Solo la fede dà una risposta, osserva monsignor Guglielmo Borghetti durante la funzione: «E’ una lezione straordinaria sulla caducità della vita. Nulla può esser dato per scontato. Viviamo in una cultura tecnocratica in cui ogni cosa appare prevedibile. Ma poi tutto si sgretola, non siamo Dio».

La chiesa è piena all’inverosimile, come la sera del disastro, quando si popolò di naufraghi scalzi, bagnati, infreddoliti e con lo sguardo terrorizzato. Don Lorenzo, il parroco di Giglio Porto, lo ricorda con gli occhi lucidi. Parla a stento, con un groppo in gola. Il dolore dei parenti gli è familiare: una sorella di suo padre morì nel disastro del Vajont, una delle tante tragedie divenute misteri all’italiana. E lui, il parroco, ha solo voglia di dire poche cose. Ma tutti, nella piccola chiesa ormai calda come quella sera di un mese fa, appuntano lo sguardo sulla statua della Madonna con l’abito turchino, capace di toccare nel profondo il senso religioso di un’isola che a lei scelse di consacrarsi nel 1958, dedicandole una scultura simile posizionata in una caverna sommersa. Proprio vicino allo scoglio delle Scole, dove la Concordia è andata a sbattere per poi naufragare poco più a nord. E’ stato Pierluigi Foschi a insistere che, dopo il recupero avvenuto a otto giorni dal disastro, la statua venisse regalata alla chiesa dove i naufraghi sono stati accolti, assieme al Bambin Gesù, alla croce e al tabernacolo ancora contenente le ostie consacrate. E’ questo il posto giusto, fa capire il vescovo, poiché «l’isola è più bella per lo splendore della sua bontà», riferendosi con chiarezza alla grande generosità con cui i gigliesi hanno soccorso e accolto gli scampati la notte del naufragio.

Nessuno qui al Giglio dimenticherà la tragedia di un mese fa. Non solo perché l’immagine dell’isola resterà a lungo sfregiata da quel relitto ancora pieno di morte e di dolore, ma pure per il sentimento di ciascuno degli abitanti, riassunto nelle parole di don Lorenzo: «Non abbiamo fatto tantissimo, solo del nostro meglio. E ci siamo sentiti uniti». Un filo sottile e un brivido lungo ieri sera hanno nuovamente congiunto i gigliesi con i superstiti, quando alle 21,42 – ora dell’inizio del naufragio – le sirene delle imbarcazioni in porto hanno preso a urlare all’unisono. Tre salve, quasi fossero colpi di cannone. E tutti sull’isola hanno trattenuto il respiro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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