Il Tirreno

Livorno

Davide Curcio è rimasto intrappolato nella cabina

di Federico Lazzotti
Davide Curcio è rimasto intrappolato nella cabina

Davide Curcio era salpato dal porto di Livorno a bordo del suo peschereccio all’alba dell’11 gennaio in compagnia dei suoi due cani, il padre Silverio e il marinaio Roberto Caddeo

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LIVORNO. Davide Curcio era salpato dal porto di Livorno a bordo del suo peschereccio all’alba dell’11 gennaio in compagnia dei suoi due cani, il padre Silverio e il marinaio Roberto Caddeo, l’unico ad essere sopravvissuto al naufragio avvenuto qualche ora più tardi davanti alle secche di Vada.

Ieri pomeriggio poco dopo le sedici il capitano del Santa Lucia II è tornato a casa, in banchina, dopo essere rimasto imprigionato nella cabina del peschereccio per trentadue lunghissimi giorni.

«Quando la nave è rimasta incagliata nel fondale – ha raccontato il superstite agli inquirenti – Davide è andato in cabina, al timone, nel tentativo di salvare la nave. Poi non l’ho più visto».

Ad aspettarlo sul molo della Capitaneria c’erano i suoi familiari che nell’ultimo mese sono rimasti in silenzio nonostante il dolore e le difficoltà delle Autorità nel riuscire a recuperare la salma, inabissatasi con l’imbarcazione fino a settanta metri di profondità.

«Il nostro obiettivo – spiega un parente – era quello di riportare Davide a casa, abbiamo ottenuto quello che volevamo e questo è l’importante, ma mettetevi nei nostri panni per capire come ci sentiamo dopo una simile tragedia».

Ecco perché le parole finiscono qui e per spiegare la gratitudine di una dinastia di pescatori a cui il mare aveva strappato altri pezzi di cuore già in passato, basta assistere alla stretta di mano con la quale i parenti salutano il comandante del cacciamine “Viareggio”, la nave della Marina Militare che si è occupata di recuperare il corpo di Davide.

Prima di loro, all’indomani della tragedia, era stato un robot, a individuare il corpo del comandante all’interno della cabina in compagnia dei cani. Il primo tentativo di liberarlo dagli abissi, invece, lo avevano compiuto i sommozzatori della polizia.

«Il relitto è troppo profondo – spiegarono allora al pubblico ministero Giuseppe Rizzo che coordina le indagini – con la strumentazione che abbiamo a disposizione non possiamo raggiungerlo».

Ecco perché le ricerche vennero interrotte e le speranze di riportare Davide in superficie cominciarono a scricchiolare. Spiegava non senza un briciolo di amarezza ma confermando questo rischio il pubblico ministero. «Come magistratura abbiamo fatto tutto il possibile, adesso spetta al ministero della Difesa mettere a disposizione un mezzo in grado di raggiungere quelle profondità».

A complicare le cose, come se non bastasse, è arrivato pure il naufragio all’isola del Giglio della nave Concordia. Così per capire il clima che si respirava tra parenti e amici del comandante trentasettenne basta rileggere alcuni passaggi di una lettera di sfogo arrivata anche alla posta del nostro giornale.

«Per un capitano che ha abbandonato la sua nave – è uno dei passaggi più significativi – si è mosso mezzo mondo (riferito a Schettino) mentre un comandante rimasto intrappolato per salvare il suo equipaggio è ancora dentro alla sua cabina a settanta metri di profondità e nessuno muove un dito».

È in questo contesto che il 29 gennaio il nostro giornale pubblica un articolo dal titolo «Ancora intrappolato in fondo al mare, giallo sul recupero», denunciando quello che sta accadendo nel tentativo di velocizzare le procedure. Un articolo fatto arrivare allo Stato maggiore della Marina.

Nelle stesse ore anche dalla prefettura parte una richiesta al ministero di compiere il recupero. Due giorni dopo l’annuncio ufficiale della Marina al “Tirreno”. «Appena il meteo lo consentirà – fu l’impegno ufficiale dal Comando generale – il Cacciamine Viareggio si occuperà di andare al largo delle secche di Vada per il recupero del corpo».

Ieri mattina all’alba la partenza della nave dal porto di La Spezia dove di solito è ormeggiata. «A bordo – racconta il comandante Fabio Ceccolini – tre sommozzatori del Consubin, il reparto specializzato del comando incursori».

Prima di loro, a metà mattinata, è sceso sul fondale un robot sottomarino “Rov” (al quale era applicata anche una mini-videocamera) che ha individuato il relitto, il cadavere e ha scattato alcune foto. «È stata un'operazione complicata - spiega il comandante in seconda della Capitaneria di porto di Livorno, Lorenzo Cantore - Avremmo potuto agire prima, ma azioni come queste sono possibili solo con mare forza 0 e nelle settimane precedenti questo non si era mai verificato».

Intorno alle 14 l’ok della magistratura e l’immersione, un’ora più tardi dagli abissi sono riemersi i sommozzatori con il corpo di Davide Curcio.

«Per il momento – proseguono dalla Marina militare – ci siamo limitati al recupero del comandate e a scattare diverse immagini che metteremo a disposizione della Procura per le indagini e nel tentativo di trovare un modo per riportare a galla il relitto».

Anche perché una risposta questa inchiesta ancora deve darla e riguarda la cause del naufragio: a che cosa sono rimaste incagliate le reti a strascico peschereccio Santa Lucia prima di inabissarsi?

Adesso il corpo di Davide Curcio è a disposizione della Procura. Nei prossimi giorni sarà restituito ai familiari per i funerali. Ma il viaggio più importante è appena stato fatto: dagli abissi il comandante è tornato a casa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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