Il Tirreno

Livorno

Piccolo mondo a parte Siamo l’isola dei disillusi

di Mauro Zucchelli
Piccolo mondo a parte Siamo l’isola dei disillusi

Livorno si immagina come una repubblica autonoma: dal Granducato di Toscana così come dal resto della provincia. Colpa dell’identità ormai in frantumi

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LIVORNO

Magari non ci incastrano i musicisti di Chagall che volano sopra i tetti ma in quelle parole c'è la stessa visionarietà che non teme né i paradossi né l'allegria. Chissà cosa deve aver pensato Cecilia Battistello, la "lady container" al timone con il marito Thomas Eckelmann del gruppo amburghese Eurokai, quando Vladimiro Mannocci, consigliere d'amministrazione della Compagnia e nipote del viceconsole anarchico Ottorino, nel giorno del matrimonio societario con i portuali labronici le ha citato un bvecchio detto: «Il più stupido di noi portuali suona il violino con i piedi». In casa nostra ne esiste anche l'altra versione: alla parola "portuali" si sostituisce "veneziani". Anzi, si sovrappone, visto che nell'amarcord dei vecchi così come in Borgo avevano casa gli operai del Cantiere, in Venezia c'erano le radici di tanti portuali.

La Venezia è un’isola. «Dicono che la Venezia si chiami così per via dei canali, ma è vero solo a metà», dice Otello Chelli, il cuore rosso in politica diventa rossobianco appena si parla del rione alla cui epopea ha dedicato libri e amarcord: «Ricordatevi che la Venezia è soprattutto un'isola rispetto alla città, solo i ponti la agganciavano (e la separavano) dal resto di Livorno».

Un'isola nell'isola, se è vero che Livorno si è sempre pensata come un mondo a parte: non è forse vero del proprio orgoglio identitario ha fatto una bandiera di separatezza? E' solo così che si può spiegare il fatto che nel 2004, in una sorta di "perestrojka dell'Ovosodo" per accreditare una svolta (e "un nuovo stile dei governo") rispetto all'era Lamberti, il centrosinistra e il suo leader Alessandro Cosimi abbiano messo nel programma l'idea di «riportare Livorno in Toscana».

La Toscana è altrove. No, a dispetto della geografia non c'era già. Basti pensare al fatto che sulle banchine livornesi arriva merce dall'area emiliana o dal Nord Est ma, in proporzione, non molta dal sistema piccolo-aziendale toscano, che talvolta non fa mistero di preferire il porto di La Spezia per spedire il proprio export nel mondo.

Un altro esempio? Nell'ondata di semi-privatizzazioni degli acquedotti, buona parte del resto della nostra regione sceglie l'alleanza con l'accoppiata Mps-Acea, Livorno invece rompe il fronte e, in cambio di appena 9 milioni di euro, decide di far sposare ai genovesi di Amga la propria Asa (che ha in dote anche il rigassificatore).

Idem quando il resto della provincia va alla carica alla fine degli anni novanta contro la Regione Toscana relativamente alla mappa della sanità: Livorno rompe il fronte per andare alla trattativa separata con Firenze e portare a casa i quattrini che un bel po' più tardi avrebbero fruttato la costruzione del nuovo distretto sanitario alle porte di Sallviano. «Sono sindaco da Calambrone a Quercianella ed è a questi cittadini che devo guardare, punto e stop»: così si confidò a tu per tu con il cronista l'allora numero uno di Palazzo civico, Gianfranco Lamberti.

Ma l’egemonia non c’è. Non è colpa sua se la geografia (o la politica?) ha ritagliato per Livorno capoluogo un territorio provinciale che non ha uguali nel resto del Paese per disomogeneità: nessuna Provincia è una strisciolina di costa più uno spolverìo di isole, tre delle quali sono carcere o lo sono state fino a non moltissimi anni fa. Risultato: è quasi zero la capacità di Livorno città (e delle sue classi dirigenti) di costruire un disegno "egemonico" che incolli a sé un spicchio di territorio che vada appena più in là dei confini municipali.

L’integrazione difficile. Salta agli occhi tutte le volte che si cerca di integrare su base almeno provinciale i servizi pubblici locali. Con l'Atl: anni fa il buco kolossal nei conti dell'azienda busl dipendeva dal fatto che i Comuni minori puntavano i piedi quando dovevano pagare la loro quota di deficit perché si dicevano stufi di pagare i guai del servizio urbano di Livorno. Con l'Asa: l'ingresso degli altri Comuni nella compagine dei soci nella prima metà dello scorso decennio è stata un calvario politico con strappi istituzionali inusuali fra amministrazioni quasi tutte in mano allo stesso partito (fino a gag come l'altolà che dalla Val di Cornia arrivò al supershow di fine anno pagati da Asa ai livornesi). Con l'Aamps: da sempe figlia di un dio minore rispetto alla Rea che a Rosignano macina profitti e immagine. Senza contare che storicamente è stato impossibile far nascere una azienda provinciale tanto per i bus quanto per i rifiuti.

E l'Asa? Certo che esiste. Ma l'integrazione ha lasciato una infinità di strascichi: 1) Livorno ha bruciato l'extra pagato dai genovesi per l'offshore per riaumentare le quote nell'ex municipalizzata dopo che era scesa talmente in basso che qualsiasi alleanza fra genovesi e resto degli enti locali la tagliava fuori da tutto; 2) è stato impacchettato il debito-monstre di quando l'Asa era tutta livornese in modo che se ne esce solo se i Comuni rinunciano a incassare i canoni dell'acquedotto e, al tempo stesso, l'Asa contraccambia il favore evitando di strillare troppo sul sovradimensionamento dei consumi che crea introiti virtuali ("delta Ato").

L’ombelico del mondo. Ma questo guardarsi l'ombelico che diventa incapacità di rapportarsi al resto della provincia e della Toscana lo paghiamo anche nella costruzione della classe dirigente: è di Cecina il leader Pd (Samuele Lippi) e quello di Rifondazione (Lorenzo Cosimi) così come uno dei due in lizza per il timone del Pdl (Paolo Barabino). Ancor più con le primarie: avranno sì modalità talvolta surreali, ma nella selezione delle candidature, il Pd – che nella parte sud della provincia mantiene una federazione autonoma – a Piombino fa quadrato su Matteo Tortolini che vince la sfida contro Ruggeri. Diventerà il numero uno del Pd nel settore infrastrutture e ora Piombino sgomita per ritagliarsi un ruolo nella portualità (immaginando un nuovo corridoio di trasporto in concorrenza diretta con Livorno) e con le opere connesse all'autostrada non avrà forse i problemi che abbiamo noi.

In realtà, le cose prendono probabilmente la rincorsa da più lontano. Riguardano il singolare ribaltamento che l'immagine della città ha avuto in noi stessi che la abitiamo. Isola è e isola era: ma se in passato l'autorappresentazione era nel segno dell'"isola felice", ormai è da tempo che l'identikit si è rovesciato. Ci vediamo come l'"isola infelice": come se i guai piovessero solo qui, come se la disoccupazione si accanisse solo qui. Come se l'arbitro (o il Palazzo) ce l'avesse con noi: le sorti della squadra amaranto ne sono lo specchio rivelatore.

La ricetta e la medicina. Per chi suona la campana? Per tutti e per ciascuno: perché nessuno è un’isola. Peccato che la campana suoni fessa. Ce ne accorgiamo guardando le tabelle di consumo di taluni farmaci-spia. Il Viagra, ad esempio: davvero ha a che fare solo con il bisogno di prolungare la “gioventù sessuale” o risolvere un problema medico-fisiologico? Sta di fatto che, con uno standard annuo di 4-6mila con pillole ogni mille uomini over 40, siamo da anni fra le prime 7-8 province in Italia che si impasticcano con le pillole blu.

Non basta: un dossier della Regione dice che divoriamo anche tanti anti-depressivi ,oltre 334mila confezioni in un anno, con una media di quasi 57 dosi giornaliere ogni mille abitanti.

La riprova è anche nel curioso esito dell'indagine del "Sole 24 Ore" sulla qualità della vita: mai come quest'anno Livorno è in alto nella classifica dei parametri statistici (oggettivi), eppure siamo fra le tre province più pessimiste se guardiamo al "sentiment" (soggettivo) su come va. Detto per inciso: poi se il "sentiment" lo si misura sulle singole emergenzialità (lavoro, crimine, ecc.) finiamo per dirci assai più ben disposti. E se avessimo solo smarrito la fotografia di noi stessi o la bussola di dove andiamo?

Senza bussola. Il saltone c'è stato, eccome se c'è stato. In un pugno di anni abbiamo visto sparire l'industria delle Partecipazioni Statali (con le commesse conquistate a suon di pressioni politiche) e il vecchio monopolio della Compagnia in porto. Tutte le fabbriche e buona parte del sistema produttivo ha testa e capitali all'estero, spesso in grandi multinazionali: ce ne accorgiamo msolo quando la Delphi licenzia tutti con una mail.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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