Gioco
Abbraccio a Gianluca lo scricciolo del sorriso
Piazza Cavour sotto choc la sera della morte, oggi alle 15 i funerali al Rosario «Giocava all’attacco a viso aperto anche fuori dal campo, era la sua vita»
LIVORNO
Adesso, nella cappella 1 della camera mortuaria dell'ospedale, lui è uno scricciolo. Abbracciato dagli amici del liceo, da una fiumana di giovanissimi atleti delle scuole calcio di mezza Livorno, dagli ex compagni delle medie alle Tesei.
Che sberla nel viso è la morte che ti strappa un amico dal cuore: loro lo sanno ma non si piegano. C'è un freddo becco che spazza il vialetto eppure, siccome è lì che c'è Gianluca, è lì che bisogna essere: non vorrete mica fargli fare l'ultimo pezzo di strada da solo senza di noi che siamo la sua allegria, i suoi salti, i suoi scherzi?
Gianluca Raglianti abitava in via Kossuth, faceva lo scout e giocava ala sinistra nel Livorno 9: l'ha stroncato un doppio tumore che era stato scoperto alla fine del giugno scorso. Diciassette anni da compiere a giugno, era uno studente dell'Enriques: come Lorenzo, 15 anni, morto per un tumore all’antevigilia di Natale.
La piazza sotto choc. «Sabato sera la notizia che Gianlu era morto si è diffusa in un attimo: piazza Cavour era quasi irreale, c’era un silenzio strano, gonfio di dolore»: parola di Jacopo Pagni.
Due esistenze parallele la sua e quella di Gianlu, fra scout, scuola e pallone. «Andavamo a giocare nel campetto vicino a casa sua – racconta – e, se il pallone finiva nel cortile accanto, bisognava prendere la chiave su un davanzale che però stava troppo in alto. Cosa faceva lui? Saltava, saltava e ri-saltava finché non ce la faceva ad arrivarci. Era il suo modo d'essere: mai arrendersi».
Sempre all’attacco. Uno scricciolo, eppure era come se giocasse ala sinistra anche fuori dal campo: all'attacco anche nella vita. «A viso aperto, – dice Jacopo – come quando giocavamo alla playstation: lui attaccava. Sempre, e in modo leale».
Il corpo di Gianluca nella bara è ancora più minuto del solito: una camicia da bosciaolo per andare a scarpinare lassù sui monti, al collo la "promessa", il fazzoletto colorato degli scout, e al polso il braccialetto arrivato da Medjugorje che gli ha regalato una infermiera. Poi la maglia rossonera di Thiago Silva, maestro di intelligenza tattica per questo ragazzino che «cammina che sembra un uomo con le scarpette di gomma dura» sui campetti di periferia a caccia del gol. Infine la foto di Gianlu che è l'identikit della gioia in un sorriso 10x15 accanto a Matilde, l'amica del cuore. Sopra, ora c'è un cuscino di iris e rose bianche, giallo pallido e zafferano vivo: l'ha portato la famiglia e sono gli unici fiori in tutta la stanza. Avessero voluto avrebbero potuto averne tanti da farci una serra, ma mamma Cristina e babbo Stefano hanno ripetuto a tutti l'invito: meglio ricordare Gianluca con «opere di bene, in particolare in favore del reparto di cure palliative dell'ospedale che lo ha ospitato nell'ultimo mese».
L’ultimo gol. Quante volte Gianluca ha messo «il cuore dentro alle scarpe» e sulla fascia ha corso «più veloce del vento». Ma Jacopo fa il rewind dei ricordi e più di tutto invece rammenta un calcio da fermo: è un 2-2 dal dischetto l’ultimo gol dell’amico con cui ha fatto a metà di tutto («i rigori erano forse la cosa che gli riusciva meglio: non so perché gli piacesse, so solo che in quel duello con il portiere non sentiva la pressione, non era teso»).
Gli amici scout gli si fanno intorno: non c'è il falò stavolta ma nella camera mortuaria fa un po' meno diaccio quando Alessandra, la capa del suo reparto, dice che «non possiamo andarcene di qui senza aver fatto il "cerchio" l'ultima volta con Gianlu». È una preghiera che si alza flebile come un sussurro («quando il cielo si vela d'azzurro / io ti penso, e tu vieni a me, / non lasciarmi cadere nel buio / nelle tenebre che la vita ci dà»). Mille volte l'ha cantata anche lui nei campi scout ma ora – anche per chi ha fede – non dev'essere semplice dire «Ti ringrazio, mio Signore» davanti a quel corpo martoriato sia dal sarcoma che dal melanoma.
«Vuoi sapere che volto ha oggi, anno 2012, Cristo crocifisso? Quello di un tipo come Gianluca», dice Alessandra: «È stato un esempio il modo con cui ha accettato la malattia: niente fanfaronate da superuomo inox ma quel sorriso disarmante l'ha accompagnato anche nei giorni in cui chiunque di noi adulti avrebbe dato un morso al muro per sfogare la rabbia».
Accanto a Gianlu. «Li vede questi ragazzi qui, attorno a mio figlio: non sono meravigliosi? Non hanno mai smesso di stare vicino a Gianluca. Nemmeno quand'era difficile», spiega mamma Cristina che ringrazia il personale di Cure palliative e dell’assistenza domiliciare («sono stati eccezionali»).
Difficile – spiega – significa che talvolta potrebbe esserci imbarazzo e voglia di scantonare altrove di fronte a un coetaneo che gira in casa con la flebo e ha il braccio un po’ così: vulnerabile nella malattia, ti mette sotto gli occhi il fatto che anche tu non sei né onnipotente né invincibile. D'altronde, ormai da mesi tutti i lunedì sera la chiesa di Nostra Signora del Rosario si riempiva di una folla di ragazzi, ragazze, mamme, babbi, nonni («eravamo in preghiera per Gianlu, era come se lui fosse lì»).
Il Rosario, quasi all'angolo fra via Mangini e via Marradi, è la chiesa che lo accoglierà stamani: alle 15 il parroco don Piergiorgio Paolini, amico dei genitori, officerà la liturgia funebre. Ma è probabile che già da una o due ore prima il corpo di Gianluca possa essere trasportato davanti all'altare per una veglia scout.
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