Muore scout di 17 anni
Il cuore di Gianluca Raglianti si ferma dopo aver lottato per 8 mesi con la malattia
LIVORNO
Gianluca non aveva paura di tirare il calcio di rigore e nemmeno di affrontare a viso aperto un avversario carogna come il tumore: con il suo fisico minuto; con la bella sfrontatezza dei suoi 17 anni pieni di promesse e avventure; con un sorriso così dolce e così ironico. Di cognome faceva Raglianti, era in terza al liceo Enriques e aveva un talento da ala sinistra dai piedi buoni: le candeline sulla torta di compleanno le avrebbe spente il 27 giugno. Ma un arbitro ingiusto ha fischiato il fine partita troppo presto: il suo cuore rossonero si è fermato ieri, in un letto del reparto di cure palliative dell'ospedale.
Nel giro di mezz'ora via sms, Facebook e chissà quale altro social network si è contagiata di bocca in bocca, di chat in chat una esplosione di dolore fra i tanti, tanti, tanti ragazzi e ragazze che l'hanno conosciuto, hanno diviso con lui sogni e mugugni dell'adolescenza, gli hanno voluto bene. Ma proprio tanto bene.
La scoperta della malattia. A giugno al liceo di via della Bassata era stato promosso in terza: con la media del 9, tanto per intenderci. Era una sorpresa solo a metà: ex alunno delle elementari Albertelli, aveva lasciato la scuola media Tesei con il viatico di un bel "dieci" (ufficializzato anche con tanto di cerimonia per i più bravi). Neanche il tempo di gioire per la promozione, ed ecco che alla fine di giugno gli esami all'ospedale Santa Chiara scoprono cosa sono quelle maledette febbriciattole che fiaccano la vitalità di un ragazzo dai mille interessi.
Già, perché non si può proprio dire che Gianluca fosse il prototipo del secchione che se ne sta rinchiuso nella sua stanzetta. Il calcio, ad esempio: adesso era in forza al Livorno 9 come attaccante, ma aveva giocato anche in Pro Livorno e Banditella. Figurarsi che agli inizi era dall'altra parte della barricata, a difesa della porta come estremo difensore.
Come Thiago Silva. E se il calcio era una grande passione, il tifo era di marca milanista: il mito da seguire però non era Ibrahimovic, talentuoso ma guascone, quanto piuttosto Thiago Silva, il marchio di fabbrica dell'autorevolezza e dello stile quando si prende a pedate un pallone. Quanto l'ha sospirata la maglia del suo campione: «Aveva fatto carte false per averla, gli era arrivata pochi giorni fa: giusto il tempo di metterla ai piedi del letto», racconta il padre Stefano cercando di nascondere il groppo in gola per quel figlio così speciale che ora se n'è andato lassù.
Proprio a motivo del mestiere di babbo Stefano, dipendente pubblico, sul certificato di nascita c'era scritto che Gianluca era nato a Roma: in quegli anni la famiglia di Stefano Raglianti e Cristina Savi viveva nella capitale. «Ma appena abbiamo potuto – dice – siamo tornati a Livorno: Gianluca aveva solo un anno e mezzo». Adesso Gianluca viveva con i genitori Stefano e Cristina e il fratello Lorenzo in via Kossuth, zona Fabbricotti.
Ma il pallone è solo uno dei tasselli d'una personalità che non attendeva altro se non di sbocciare. Gianluca era anche scout, gruppo Agesci di Livorno III. «Aveva una eccezionale capacità di socializzare, sempre intorno un sacco di amici», dicono i genitori. E Alessandra, la sua capo scout, aggiunge: «Era bellissimo stargli vicino, aveva quello sprint. Ma qualcosa in più lo ha insegnato a tutti, compresi noi adulti, nel momento in cui si è trovato di fronte la malattia: l'ha affrontata con un sorriso, senza lamentarsi. Mai».
Un coraggio da leoni. Il babbo ha ancora negli occhi i mille fotogrammi di quel ragazzo che era suo figlio: «Dentro quel corpo esile c'era un coraggio da leoni: un grande testa e un grande cuore. La riprova? L'abbiamo vista noi genitori nell'incredibile quantità di amici che gli sono stati accanto. Anche negli ultimi tempi, a Cure palliative. Anche quand'era difficile. Quasi non sapevamo come fare a regolare questo flusso di amici che lo cercavano, che volevano condividere con lui un ricordo in più, una risata in più. Parlo di ragazzi ma anche di adulti: attraverso gli occhi, l'affetto, gli abbracci di tutta questa gente abbiamo scoperto quale tesoro avevamo in casa». Poi aggiunge: «È stato straordinario vedere come nella fragilità della malattia abbia avuto la forza di calamitare intorno a sé una infinità di mondi: nessuno ha un'idea di quanto si sia allargato di settimana in settimana il cerchio di chi pregava con lui. L'ho visto fare anche a persone che mai avrebbero immaginato di farlo, magari lontani da esperienze di fede».
«Le abbiamo provate tutte». I genitori, quando hanno scoperto che la malattia minacciava di portargli via Gianluca, le hanno tentate di tutte: «Abbiamo bussato anche all'estero, ma ci è stato detto che non c'era di meglio del Santa Chiara in questo campo. Abbiamo provato anche con metodi non riconosciuti dalla medicina ufficiale ma non è servito».
Il «grazie» più grande non può che essere a quel ragazzo tutto riccioli che hanno avuto accanto per quasi 17 anni. Ma adesso la famiglia tiene a ringraziare chi ha accompagnato l'ultimo tratto di strada del loro piccolo grande campione: il personale del Santa Chiara che l'aveva in cura, il reparto di cure palliative che lo ha accolto nell'ultimo mese, e «questo grande mare di amici di Gianluca che ha fatto in modo che non ci sentissimo soli neanche per un momento».
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