Il Tirreno

Livorno

I cinesi per De Tomaso

di Mauro Zucchelli
I cinesi per De Tomaso

La famiglia non rivela il nome del socio, le indiscrezioni parlano di Nac-Saic

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LIVORNO

«Spaventarmi se al posto di Rossignolo arriva un gruppo cinese? Non più di tanto, visto che i lavoratori livornesi stanno già facendo i conti un po' in tutte le fabbriche con le multinazionali di mezzo mondo: la Trw è americana, l'Intier è austro-canadese, la Pierburg è tedesca, a Rosignano la Solvay ha la targa belga e a Piombino le acciaierie sono un po' indiane (Arcelor) e un po' russe (Lucchini)». Per Enrico Pedini, dirigente sindacale dei metalmeccanici Cgil, il problema non sta tanto nella provenienza geografica degli investitori quanto «semmai nel fatto che rispettino il piano industriale e mantengano una prospettiva per i lavoratori di Livorno che hanno dimostrato una pazienza infinita».

La famiglia Rossignolo ha annunciato l'ingresso di un nuovo socio al quale hanno ceduto il controllo della De Tomaso, marchio illustre di supercar, del quale all'ultimo salone di Ginevra è stata annunciata la rinascita con la presentazione della Deauville da produrre fra gli stabilimenti ex Delphi di Livorno ed ex Pininfarina di Grugliasco (Torino). Anche stavolta i Rossignolo, così come in tutti gli altri ingarbugliati passaggi di questa telenovela, chiedono riservatezza e non svelano il nome del socio.

Dall’India alla Cina. In estate si era parlato di un fondo sovrano dell’India centro-occidentale (dello stato del Maharashtra di Mumbai o del Gujarat), poi era stato ipotizzato un investitore spagnolo. Ma adesso non si parla d’altro che d’un gruppo cinese. Anzi, il tam tam delle indiscrezioni, almeno a dar credito ai blog torinesi, insiste sul Nanjing Automobile Corporation (Nac), la più antica casa automobilistica cinese, quartier generale a Nanchino, proprietà statale ma ora finita nell’orbita di un colosso alleato con Volkswagen come il Saic Group di Shangai (2,3 milioni di auto vendute, cioè quanto la Renault, e con 33 miliardi di dollari di ricavi, grossomodo metà della Fiat).

Era nata all’inizio dell’era di Mao come fabbrica di camion. Tant’è vero che alla fine degli anni novanta per 7-8 anni ha una doppia joint venture con la Fiat: agli inizi solo nel ramo veicoli industriali attraverso la Iveco. Poi anche nel settore auto fino a produrre versioni locali della Palio e di berline denominate Siena e Perla.

Rischio scippo. Ma l’espansione della borghesia cinese cambia la missione produttiva del gruppo di Nanchino che sterza verso la produzione di auto: prima con una sorta di clone della vecchia Seat Ibiza, poi con l’acquisizione della casa britannica Mg insieme a marchi finiti ko come Austin. Solo che, a quanto è dato sapere, una parte delle produzioni vennero poi trasferite in Cina. Dev’essere questo precedente che non lascia dormire sonni tranquilli.

«Non sono pregiudizialmente contrario alle multinazionali – dice Sergio Fondi, leader Cisl – anche perché né in Italia né tantomeno a Livorno si intravedono imprenditori in grado di reggere questo livello di intervento. Temo invece il fatto che Livorno è uno stabilimento più piccolo rispetto a Torino, che le maestranze devono essere formate da zero e che Torino può mettere in campo tutta la forza politica che ha una delle metropoli del Paese: mi interessa avere la garanzia di non essere sacrificati sull’altare di nuovi equilibri».

«Anche soldi pubblici». A tal riguardo Fondi non vede di buon occhio il fatto che Fidi Toscana possa sfilarsi («non avremo più nessuna garanzia»). E aggiunge: «Indipendente dal fatto che i capitali siano cinesi, europei, indiani o Usa, – rincara – qui non sono in gioco solo quattrini privati: i lavoratori hanno messo in campo il Tfr, le istituzioni europee e regionali hanno tirato fuori fondi pubblici. Qualcuno dovrà pur dirci come sono stati spesi».

I sindacati tornano a ricordare che «Rossignolo deve venire a spiegare ai lavoratori quel che sta succedendo», afferma Pedini: «Deve chiarire gli assetti societari, il piano industriale, i tempi».

Sentimenti contrastanti. Federico Mambrini, responsabile dei metalmeccanici Uil, mette l’accento sui sentimenti contrapposti nel cuore dei lavoratori ex Delphi: «Da un lato, c’è il timore che un gruppo straniero possa cercare il blitz per strappare know how e marchio trasferendo però lavoro e produzioni là dove costano niente. Dall’altra, c’è un sospiro di sollievo perché si era capito che Rossignolo aveva crescenti problemi finanziari. Non resta che la speranza che si punti a un made in Italy di alta qualità».

Il presente però, come denunciano i sindacati, è ben diverso: «Chi è al lavoro – spiega Fondi – deve ancora riscuotere la busta paga di dicembre e la tredicesima, i cassintegrati non hanno ancora visto l’indennità». E, aggiunge Mambrini, sono da saldare perfino le quote sindacali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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