Gioco
Io, la prima donna premiata a New York dal centro antitumori
Allieva del prof. Pinchera, insegna endocrinologia a Pisa Insieme alla famiglia una vita fra Livorno e gli States
LIVORNO
È stata insignita a New York, presso lo Sloan Kettering Memorial Cancer Center, del premio "Light of Life Foundation" per la qualità dell'attività di ricerca scientifica nell'ambito della patologia tumorale tiroidea. Un premio che fino a oggi era stato dato solo a ricercatori uomini. E a ritirarlo è andata insieme alla figlia minore, Claudia, orgogliosa di una madre che fa un lavoro speciale, anche se per quel lavoro ha dovuto rinunciare a molte cose, e soprattutto a fare la mamma a tempo pieno.
Rossella Elisei, classe 1959, livornese, origini marchigiane, sposata, due figlie di 18 e 13 anni, è professore associato di endocrinologia in servizio al Dipartimento di Endocrinologia dell'Università di Pisa: il riconoscimento è solo uno dei risultati di un percorso che l'ha portata dopo la laurea in medicina, a specializzarsi nello studio del carcinoma tiroideo, partendo dal centro di Calambrone – che ai tempi dei suoi studi era ancora attivo – e “camminando” sotto l'ala protettiva di un rigoroso professor Aldo Pinchera, il quale, credendo in lei fin dall'inizio, l'ha aiutata a compiere i primi passi verso la ricerca che oggi la vede protagonista di successo.
«Nel dipartimento di endocrinologia di Calambrone mi sono avvicinata per la prima volta allo studio della tiroide», dice la dottoressa Elisei. «Poi, nell'85 mi sono laureata, e poiché quel luogo, molto vivace, non solo dal punto di vista clinico ma anche da quello della ricerca, mi aveva appassionato, ho deciso di specializzarmi in endocrinologia per andare avanti su quella strada. In seguito, dopo aver vinto una borsa di studio del Ministero degli esteri – che non mi ha permesso di mantenermi, perché a quello ci pensavano i miei genitori, ma almeno di coprire le piccole spese – sono andata a Bruxelles, dove ho avuto l'opportunità di vincerne un'altra della Comunità Europea, con cui ho potuto fare la mia preparazione di base in biologia».
Poi è rientrata in Italia?
«Portando con me un bel bagaglio di esperienza e continuando a lavorare all'ospedale di Pisa, dove ho trovato un grande appoggio da parte del professor Aldo Pinchera, a quei tempi direttore del dipartimento di endocrinologia. Forse perché si è reso conto che ciò che avevo imparato in Belgio era importante, o forse perché ha visto il mio entusiasmo, mi ha aiutato a mettere su un piccolo laboratorio, fino ad allora inesistente».
Un incontro fortunato quello con Pinchera.
«Molto. Se è necessario studiare, è fondamentale che qualcuno creda in quello che si fa e quello che oggi io sono è merito di tante persone che hanno creduto in me, così come poi io ho creduto in altri».
Lei è livornese con radici livornesi?
«Le mie radici sono marchigiane, di Loreto, ma i miei genitori sono venuti in Toscana: nel ’52 mio padre, che purtroppo non c'è più, era nell'arma dei carabinieri e fu trasferito prima a Massa, poi a Livorno».
È figlia unica?
«No, ho una sorella maggiore, che fa l'insegnante. Lei ha sempre vissuto in Toscana e poi, per amore, tempo fa si è trasferita a Loreto, ritornando alle origini».
Cupido invece dove ha colpito nel suo caso?
«A Livorno, mio marito Franco è livornesissimo».
Anche lui medico?
«È un informatico. L'ho incontrato a 26 anni quando ero nel pieno del mio cammino, dopo la laurea: è stato ed è un'altra figura importante nella mia vita, sia personale che di lavoro, perché ha capito da subito quello che stavo facendo e mi ha sempre appoggiato: quando sono andata in Belgio eravamo già fidanzati».
Poi vi siete sposati e sono arrivate le vostre due figlie.
«Diciamo che prima è arrivato il lavoro vero, quello che mi ha permesso di mantenermi, senza l'aiuto dei miei che avevano già fatto tanti sacrifici per farmi studiare, anche perché mamma ha sempre fatto la casalinga e in famiglia entrava solo lo stipendio di papà. Poi, nel 1992 mi sono sposata e nel '94 è nata Silvia».
Che si è portata piccolissima negli Stati Uniti.
«Sì, quando ho avuto una proposta di lavoro molto allettante lei aveva 16 mesi».
Proposta che ha accettato subito?
«Prima ne ho parlato con marito, che in quel momento gestiva un negozio sempre nel campo dell'informatica. Lui mi ha detto: "Se puoi aspettare un po' di tempo vendo tutto e andiamo via insieme". Ho aspettato che mio marito vendesse il negozio e siamo partiti: io, lui e la bambina, destinazione Los Angeles prima e Cincinnati poi. È stata una bella esperienza: anche per mia figlia che ha imparato l'inglese perfettamente».
Lei invece lo conosceva già?
«Pochissimo e quella della lingua è stata la difficoltà più grande. Ma ho trovato un ambiente aperto, con colleghi che mi hanno aiutato sempre, laddove io non riuscivo per via della lingua».
Suo marito cosa ha fatto negli Stati Uniti?
«Dopo neppure un mese ha trovato lavoro nel campo tecnologico all'interno dell'ospedale e si è occupato di grafia medicale».
Come mai poi siete ritornati in Italia?
«Per una serie di motivi logistici: i colleghi americani avrebbero voluto che restassi»
Una volta a Livorno suo marito ha ripreso il lavoro di informatico?
«Sì, ma purtroppo, nel giugno del 2002, ha avuto un incidente di moto che gli ha causato grossi problemi: è paraplegico. Sono stati momenti durissimi, in cui mi dovevo dividere fra i problemi famigliari e il lavoro che stava aumentando sempre di più, anche se, paradossalmente, gli impegni mi hanno aiutato a reagire. Franco poi è stato bravissimo e non mi ha mai fatto pesare i suoi problemi: il nostro è stato un cambio di vita totale, ma ci siamo salvati con l'amore e con la bella famiglia che abbiamo costruito insieme».
Come donna ha dovuto sostenere delle battaglie per emergere, anche se poi a sostenerla sono stati uomini come il professor Pinchera?
«Le battaglie non sono mancate e la difficoltà principale è stata quella di far capire agli uomini che avevo un cervello. Cosa che costa fatica, specialmente se si è giovani e magari anche carine. Oggi in questo senso le cose sono cambiate, anche se ancora adesso uno dei complimenti che gli uomini fanno a una donna, pensando di renderla felice, è dirle che la considerano come un uomo, quasi che il suo essere femmina fosse un difetto».
Per una donna che fa un lavoro importante e impegnativo è faticoso anche combattere con i sensi di colpa. Lei come mamma ne ha avuti e ne ha?
«Diciamo che ho avuto un grande aiuto da mia madre, che adesso ha 87 anni e mi dà ancora una mano. Ciò mi ha permesso di vivere con più tranquillità il mio ruolo di mamma lavoratrice. Per gli orari che faccio, sono convinta che, se non avessi avuto una base concreta, non avrei potuto cavarmela. Ma un po' di sensi di colpa rimangono, anche se ho sempre cercato di dedicare il tempo libero alle mie figlie, di seguirle nell'andamento scolastico, di stare con loro il più possibile: ogni mattina, per esempio, da sempre, prima di andare al lavoro le accompagno a scuola. E, appena posso, le porto ai congressi insieme a me. La maggiore poi mi ha detto che vuol studiare medicina e questo in un certo senso mi consola, perché significa che non vede il mio lavoro come un ostacolo».
Lei lavora a tempo pieno all'ospedale di Cisanello e fa orari impegnativi. Ma non ha mai pensato di spostarsi a Pisa invece di fare la pendolare?
«Ci ho pensato, ma ho fatto subito retromarcia, perché le mie figlie, e anche mio marito, sono livornesi a tutti gli effetti e non lascerebbero mai Livorno».
Che cosa fa nel poco tempo libero che le resta?
«Sto con la famiglia. Ci piace andare al cinema e il sabato riusciamo ancora ad andarci tutti insieme. Poi mi piace leggere: riesco però a farlo sempre meno, il tempo è tiranno».
Non ha mai pentimenti? Voglia di tornare indietro e cambiare?
«Mai. Ho fatto ciò che amavo, lavoro con grande passione e le soddisfazioni che ricevo ogni giorno mi ripagano dei sacrifici e delle rinunce».
Ma quando è scattata in lei la voglia di fare il medico?
«Non c'è stato un momento preciso, né da bambina ho mai detto che da grande avrei scelto questa professione. Dopo il liceo scientifico mi iscrissi a matematica, andai a lezione per 15 giorni e poi decisi di passare a medicina, senza più avere ripensamenti».
Rossella Elisei è una donna determinata?
«Abbastanza e credo che la determinazione sia la base per riuscire a fare ciò che si vuole».
Nel suo gruppo di lavoro ci sono più uomini o donne?
«Siamo tutte donne e un solo uomo e lavoriamo molto bene insieme: fra donne ci si capisce di più, se ci sono problemi ci si aiuta, si cerca di collaborare per risolverli, c'è molta solidarietà».
Per concludere, sfatiamo il luogo comune che i livornesi non combinano niente: lei è l'esempio vivente del contrario.
«Sono tanti i livornesi di successo, sia in campo medico che scientifico e non solo nello spettacolo. È che sono meno esposti, più nell'ombra. Ma il vero problema dei luoghi comuni siamo noi perché, come dice giustamente Claudio Marmugi: “Ci auto-denigriamo, siamo sempre sottotono, non apprezzarci fa parte della nostra mentalità”, tanto che se ci comportiamo diversamente passiamo da pisani».
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