Il Tirreno

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Costa concordia

"Ci chiese di non dichiarare l'emergenza" 

di Pierluigi Sposato
"Ci chiese di non dichiarare l'emergenza" 

Gli ufficiali della Costa Concordia accusano Schettino. "Avevo il dito sul pulsante ma lui mi fermò" 

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GROSSETO. Francesco Schettino non dava ordini. Mentre la Costa Concordia si inclinava sempre di più dopo aver perso velocità a causa dei gravissimi danni causati dall'impatto con lo scoglio delle Scole, gli ufficiali si chiedevano perché il comandante tergiversasse. Nei verbali delle testimonianze rese subito dopo l'incidente dagli ufficiali della nave - che siamo in grado di pubblicare - emerge una chiara incapacità di Schettino di far fronte all'emergenza, anche se durante l'interrogatorio il comandante ha rivendicato il merito della manovra che ha portato la nave davanti al porto del Giglio per evitare una sciagura ancora più grave.

Non l'avevo visto. Dice Martino Pellegrini, ufficiale della sicurezza: «Ho sentito il comandante dire testualmente "c…, non l'avevo visto", dopo di che ho chiesto al comandante in seconda Bosio Roberto, se volesse che io scendessi giù in macchina a controllare la situazione. Ma lui mi ha detto di non preoccuparmi perché aveva già inviato il primo ufficiale Iaccarino e l'altro comandante in seconda Christidis». Erano le 21,48. Dalla sala macchine veniva riferito l'ingresso di acqua. E il comandante? «In quel frangente il comandante si è lasciato andare ad esclamazioni di preoccupazione per avere fatto finire la nave sugli scogli e per le conseguenze sul suo lavoro. Mi è sembrato alterato e andava peggiorando. Gli tremava la voce».

Soli nelle decisioni. Gli altri ufficiali si preoccupano. «Bongiovanni, Canessa e io eravamo concordi sulla necessità di andare avanti con le fasi dell'emergenza e dichiarare l'emergenza generale - aggiunge Pellegrini riferendosi ai colleghi - Ma il comandante non appariva comprendere la gravità della situazione. Quando abbiamo ricevuto la comunicazione che l'acqua era arrivata al ponte delle paratìe stagne, il comandante ha chiesto il numero di telefono del comandante di un rimorchiatore. Io e Scarpato ci siamo guardati con fare interrogativo dopo aver annotato questo numero ma eravamo convinti che non fosse al momento l'azione prioritaria da compiere. Ho chiesto al comandante che disposizione dare a Borghero e agli altri ma lui mi ha guardato con espressione assente, e non mi ha dato risposta».

L'ho preso per un braccio. «Sono stato io a dirgli di evacuare - dice Pellegrini - Visto che anche il comandate in seconda Christidis non aveva ancora manifestato l'intenzione di sollecitare il comandante, ho attirato la sua attenzione afferrandolo per un braccio e gli ho detto "k2, gli dica che dobbiamo andare avanti con l'emergenza". Lui ha concordato e ha chiesto al comandante di dichiarare l'emergenza generale. Solo a questo punto Schettino ha annuito dicendo "andiamo avanti", allineandosi quindi con il nostro intendimento. Ho confermato a Bongiovanni di premere il pulsante e dare l'allarme». Perché prima, dice lo stesso Bongiovanni, «Schettino non voleva dare il segnale di emergenza generale come noi ufficiali ritenevamo fosse il caso. Io ero con il dito pronto sul pulsante ma il comandante ha disposto di attendere».

Sala macchine allagata. Eppure la situazione era drammatica già da tempo. Ha detto Giuseppe Pilon, direttore di macchina: «Ho sentito una sbandamento. Il tempo di andare in centrale e il terzo ufficiale Di Piazza, che era in sala macchine, mi ha detto "c'è acqua, c'è acqua". Il tempo di controllare che tutte le porta stagne fossero chiuse e il black out è stato totale. Si è spento tutto». Poi Pilon ha aperto la porta della centrale e quella della sala macchine: «l'acqua era già al ponte 0, è arrivata al quadro elettrico e sono saltate le unità di potenza di riserva che consentono di far partire il diesel di emergenza», poi fatto partire manualmente. «Ho dato la situazione al comandante Schettino» e «gli ho detto che avevamo perso il controllo della nave».

Distratto in plancia. Silvia Coronika, terzo ufficiale, segnala «il numero di persone presenti sul ponte di comando, salite con Schettino, non preposte a servizi relativi alla condotta della navigazione, tra cui l'hotel director che chiedeva che isola era, il maitre che chiacchierava, insomma disturbavano le manovre con un conseguente calo di attenzione». L'ufficiale triestina parla dell'inchino, come anche la guardia in macchina Alberto Fiorito. Ma di Domnica Cermotan, la ballerina sentita mercoledì scorso a Marina di Grosseto, parla però solo Manrico Giampedroni, l'hotel director dimesso l'altro giorno dal Misericordia: «C'era una ragazza moldava-rumena, tale Domenica».

Le telefonate da bordo. Chiede il dottor Pizza: è possibile che Ferrarini abbia dato disposizioni al comandante di non lanciare immediatamente l'allarme alla guardia costiera? Risponde Pellegrini: «Non lo credo. Non ho sentito alcun commento del comandante in tal senso. E comunque conoscendo Ferrarini, non credo che potesse mai dare una disposizione del genere». Quando a Bongiovanni viene chiesto di riferire su altre comunicazioni, l'ufficiale risponde: «Finché sono rimasto io sul ponte sono certo che non è stata fatta alcuna comunicazione all'autorità marittima o ad altre autorità riferendo della reale situazione di emergenza, almeno fino al momento del lancio del segnale di distress di soccorso, attivando il pulsante previsto». Quando la capitaneria di porto di Civitavecchia chiedeva se vi fossero problemi a bordo, il comandante aveva detto di riferire "solo un blackout". «Alla domanda se avessimo bisogno di assistenza diceva: “al momento no", riferisce Coronika.

L'evacuazione. Tutti gli ufficiali e membri dell'equipaggio parlano dei momenti relativi all'abbandono e delle modalità operative per favorire il salvataggio dei passeggeri. Ne parla Fiorito: «Al ponte 3 si era già a pelo di acqua. Ho visto arrivare il nostromo con la lancia e mi si è aperto il cuore perché ho capito che ero salvo». Ne parla anche il comandante in seconda Dimitrios Christidis: «Ho avvisato il comandante che sarei sceso al ponte 4 per mettere in atto i suoi ordini per l'abbandono della nave: in quel momento il ponte 4 si stava immergendo per cui non c'era più tempo di approntare le zattere: ho spinto tutti i passeggeri a tuffarsi in acqua per raggiungere la scogliera. Pur non avendo il giubbotto salvagente, anche io mi sono tuffato e aiutato i naufraghi» insieme a colleghi.

Schettino all'asciutto. «Sulla scogliera c'era già il comandante che stava guardando la nave che continuava a inclinarsi». Lui, continua l'ufficiale greco, "«non si presentava bagnato e stava parlando al telefono con la società». Aggiunge Bongiovanni: «Nel momento in cui ho incontrato il comandante in porto vi erano ancora circa 200 persone tra passeggeri ed equipaggio a bordo: dunque il comandante non ha lasciato per ultimo la nave».

Il ritardo. Con maggiore o minore precisione, riferendo orari esatti oppure solo indicativi, i componenti dell'equipaggio parlano della sequenza degli allarmi fatti partire dalla plancia. Ma c'è una frase che ha colpito i pm. Quella del primo ufficiale di macchina Petar Petrov, bulgaro, che parla in inglese tradotto dal comandante del circomare di Porto S. Stefano, Giorgia Capozzella: «Il segnale di abbandono nave, secondo me, è stato dato troppo tardi, perché c'era una falla molto grande ed entrava molta acqua. In un primo momento la barca ha incominciato a inclinarsi molto lentamente. Quindi sarebbe stato quello il momento in cui andavano calate le scialuppe».

(ha collaborato

Donatella Francesconi)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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