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Livorno

La Compagnia vende i gioielli

La Compagnia vende i gioielli

Sotto esame tutte le partecipazioni dei portuali: cosa cedere, quanto alla svelta e per fare cosa

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di Mauro Zucchelli

LIVORNO

Nel risiko che riguarda il risanamento della Compagnia portuale il posto in prima fila spetta ovviamente ad Alberto Bruschini, il "banchiere rosso" con curriculum di primissimo ordine fra Monte Paschi e Cariprato, ma anche padre fondatore di Fidi Toscana, la finanziaria della Regione Toscana. E' lui l'uomo che ha scrutato nei conti della galassia di società nate dalla costola del Palazzone di via San Giovanni.

Ma il plenipotenziario che mette in riga le cifre è la prima metà della drastica cura alla Compagnia si appresta a sottoporsi per lasciare il capezzale. L'altra metà riguarda il mestiere che dovrà andare a fare nel puzzle delle banchine: come farlo, con chi, con quanti, con quale bussola (o "missione", come dicono gli adepti della religione del business).

«Ci stiamo lavorando insieme», tiene a precisare Enzo Raugei, presidente della Compagnia. Con una scadenza perentoria? «No, in realtà – aggiunge – non c’è una data precisa e invalicabile, è ovvio che prima riusciamo a mettere in piedi questa operazione e prima si fanno economie importanti, ma è una materia complessa...». Anche il tour di riunioni a piccoli gruppi «partirà quando avremo definito lo schema-base. Verso il 15 sì, ma giorno più giorno meno».

L'elezione dei rappresentanti dei lavoratori in comitato portuale è stato comunque un segnale che la "pancia" della Compagnia ha mandato al resto del mondo (cittadino): benché i vertici Cgil neghino, è soprattutto alla Camera del Lavoro e alla sua organizzazione di categoria che è stata spedita una strigliata. Anzi, non una ma tre: 1) il leader Cgil Maurizio Strazzullo, candidato unico per i dipendenti dell'Authority, sommerso da una pioggia di schede bianche e soprattutto nulle che sorpassano i voti validi; 2) il numero uno dell'organizzazione di categoria Filt Cgil, Claudio Picchiottino, superato nelle preferenze sia dal collega Uil (Claudio Sodano) sia da quello cislino (Dario Menichelli); 3) nell'urna in cui votano gli uomini della Compagnia fa il pienone di voti Giacomo Marchesini, storico dirigente dei portuali.

La Compagnia intanto mette sul tavolo quel che ha in casa. I sindacati, in una lettera che doveva restare riservata, avevano messo nero su bianco una diffida: altolà all’ipotesi di vendere il 50% che la Compagnia ha in Tdt, il principale terminal contenitori. È la polpa pregiata: perfino in periodo di crisi è una macchina sforna-utili, 4 milioni di euro all’anno (diventati 4,4 su istanza dei portuali che nei conti 2010 hanno chiesto ai soci di dividere il 10% di utili in più).

C’è il Faldo, l’autoporto che ha la gestione affidata al gruppo Koelliker ma la Compagnia ha in pugno il 60% delle aree. C’è una galassia di partecipazioni: come il Tco, per dine una. Talvolta hanno pure in pancia qualcosa: come, per dirne un’altra, la Intercontainers che si dice abbia in mano 18mila metri quadri in zona varco 4. C’è il Reefer Terminal, che doveva essere l’ennesima operazione straordinaria per puntellare i conti e invece si è rivelata un boomerang (appemamitigato dall’arrivo di DelMonte). C’è infine la Ltm, che si occupa di “autostrade del mare”: potrebbe essere un boccone ghiotto, visto che questo settore è diventato il traffico numero uno del porto.

La scelta dipende da tre aspetti: quanto si può ricavare, quanto alla svelta e con quali effetti sul business futuro. Ma questa è già un’altra storia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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