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L’Aamps ha fame di soldi Pesa la Tia non riscossa

L’Aamps ha fame di soldi Pesa la Tia non riscossa

Cassa in affanno perché è sempre più difficile riscuotere (soprattutto dallo Stato) In pista un prestito-ponte, il Comune conferirà due terreni. Via a un eco-progetto

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di Mauro Zucchelli

LIVORNO

Puntuale come la morte, non passa la Candelora senza che salti fuori l'ipotesi di ritoccare la Tia. D'altronde, per le ex municipalizzate che si occupano di immondizia il fatturato non è altro che il costo del servizio: logico che come qualunque azienda si cerchi di far fronte alla lievitazione dei costi attraverso l'aumento del fatturato. Peccato che in questo caso equivalga semplicemente alla gabella che noi cittadini e imprese paghiamo in base a criteri standard.

Da Palazzo civico però è arrivato l'altolà. Anche perché, mentre siamo dentro il tunnel d'una crisi di cui non si vede la fine, è politicamente difficile comunque alzare la Tia a cuor leggero. Basti dire che a dar retta all'indagine che la Uil nazionale fa ogni anno adesso siamo fra le dieci città del Bel Paese dove il caro-rifiuti pesa di più sulle spalle dei cittadini. Tanto, ma in leggero calo visto che negli anni precedenti eravamo in "zona medaglia": ovvio che in Comune non vogliano tornare a mettersi la maglia nera della città dove la famiglia-tipo paga la Tia più alta d'Italia, com'era nel 2007 (dato peraltro contestatissimo da Aamps).

In realtà, non era una richiesta campata per aria quella in arrivo dall'azienda: l'Aamps ha una gran "fame" di liquidità e il ritocco della Tia non avrebbe fornito subito e direttamente denaro fresco ma sarebbe servito per costruire un bilancio meno sofferente, o quantomeno bussare alle banche con le spalle un po' più robuste, se non altro in prospettiva di breve termine.

Già, perché il mix delle manovra Tremonti-Monti, l'una in fila all'altra, hanno di fatto azzerato la possibilità che il Comune, in quanto socio al 100%, non faccia altro che allargare i cordoni della borsa e ripianare i guai finanziari, siano essi di momentaneo affanno nella disponibilità di contante per far fronte agli stipendi o di squilibrio strutturale nelle ragioni del conto economico. Non è secondario stabilire se si tratti dell'una o dell'altra diagnosi: lo scontro fra i "medici" al capezzale è stato talmente forte da essere, insieme ai guai del resto della galassia delle Partecipazioni municipali, la ragione numero uno della crisi di giunta di agosto.

L'azienda è in affanno sulla cassa: non sarà l'unica del settore a pagare anche con 9-10 mesi di ritardo né l'unica ad avere un arretrato da saldare (attorno ai 19 milioni di euro) pari a più della metà dell'intero incasso Tia di un anno e ha dall'altra un fondo svalutazione crediti di 13 milioni di euro. La radice dei guai semmai sono quei 16-18 milioni di euro che ormai da tempo ha sul gozzo come bollette non pagate: paradossalmente – ma ogni imprenditore sa che è una solfa ben nota – il peggior pagatore è proprio lo Stato attraverso i ministeri che dovrebbero saldare le fatture delle proprie articolazioni periferiche.

A Palazzo civico, nella riunione di commissione dedicata ai risultati delle aziendel gruppo comunale, era saltato fuori che anche qualcos’altro: 1) la fine dei contributi Cip 6 per il termovalorizzatore (7,5 milioni nel 2010, 4,2 lo scorso anno); 2) la fine dell’attacco all’evasione della Tia iniziata cinque anni prima e al tempo stesso una nuova lentezza nella riscossione (colpa della crisi?); 3) il rinnovo del contratto che aveva fatto lievitare il costo del lavoro. A tal riguardo, una tabella allegata ha mostrato che l’Aamps ha un costo medio annuo del personale fra i più alti rispetto alle altre ex municipalizzate (52.512 contro 49.734 all’Asa e 43.602 all’Atl, con un incremento dell’11% nei due anni precedenti, mentre all’Asa è stato dell’8% e all’Atl poco più del 3%).

Ma come se ne esce? Inutile immaginare grandi piani di rientro, da qui al 2013 c’è da mettere in cantiere l’ingresso nell’aziendona regionale.

La ricetta del sindaco per arrivarci è in tre mosse. La prima: accompagnare l’azienda nella trattativa per un prestito-ponte che la faccia uscire dalle secche della crisi di liquidità. La seconda: il conferimento di due terreni per pompare un po’ di risorse nel patrimonio (altrimenti l’ingresso nell’aziendona rischia di essere in posizione di debolezza). La terza: sì a un progetto industriale da due milioni di euro per saldare con la “ricicleria”un altro tassello sul fronte della differenziata.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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