Il Tirreno

Livorno

Costa concordia

Domnica, Francesco e l’inchino galeotto

Antonio Valentini

La cena elegante, poi in plancia per l’azzardo da superman

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INVIATO A GROSSETO

Domnica Cermotan sale sulla Concordia verso le 17.30 di venerdì 13 gennaio. Sa dove dormirà, benché a bordo nessun alloggio le sia assegnato. Il biglietto, dirà qualche giorno dopo la mamma da Bucarest, ce l’ha. Aggiunge che è stato l’altro figlio ad acquistarlo, come regalo per il suo 25° compleanno.

Tanto più che quando mette piede sulla nave, Domnica è tutt’altro che un’estranea: su quel piroscafo ha già viaggiato alle dipendenze dell’attuale armatore, facendosi tanti amici. Però con Francesco Schettino ha più confidenza che con gli altri. Ne era rimasta sedotta, già prima dell’infortunio alla schiena: lui era il “dominus” di quella città galleggiante, non bello ma fascinoso con quel piglio sicuro e deciso; lei una ballerina giunta dalla Moldavia senza conoscere l’italiano, brava a parlare inglese e decisamente attratta da quel mondo di lustrini, dove la sofferenza è una voce senza vocabolario. Tra i due era scattata una molla. Una simpatia reciproca e profonda, insomma.

Per questo quando sale su, Domnica ha per mèta sicura l’alloggio del comandante, non lontano dalla plancia del piroscafo. E qui si accomoda, lasciandovi la borsa da viaggio contenente i suoi abiti, la biancheria e il beauty-case. Tutto sarà ripescato il 21 gennaio dai sommozzatori, spediti dalla procura di Grosseto a perlustrare quella cabina dopo il naufragio, ma intanto la sera del 13 gennaio, mentre la nave lascia il molo di Civitavecchia, lei indossa l’elegante abito nero.

In programma c’è una serata chic al Club Concordia, il ristorante più esclusivo della città viaggiante, assieme a Francesco Schettino. Da parte sua, lui tiene fede all’usanza, che vuole il comandante elegante e in scuro alle cene di gala.

Alle 20.30, un’ora prima dell’impatto con lo scoglio delle Scole, vengono fotografati seduti e sorridenti a tavola, davanti a un decanter di rosso. Schettino gradisce la compagnia, è di buonumore. E’ sicuramente lusingato dell’attenzione di quella ragazza che ha meno della metà dei suoi anni e che lo guarda con occhi pieni di ammirazione. E quando decide di alzarsi per andare in plancia, dove vuol dimostrarle di essere bravo ad avvicinarsi all’isola del Giglio più di chiunque altro, lo fa con l’incedere di chi è sicuro del fatto proprio, di chi si sente chiamato a una prova che resterà impressa a lettere di fuoco nella storia mai scritta degli azzardi in navigazione.

Lei lo segue fino in plancia, presa da quella sfida di cui nemmeno capisce il senso, che però la elettrizza. Dopotutto le piace che Francesco decida di superarsi in sua presenza. E benché non faccia parte dell’equipaggio, ha l’opportunità di assistere alla madre di tutte le sfide. Lo fa in punta di piedi, entra ma resta in disparte, vicino alla porta, mentre la nave è a 4-5 miglia dal Giglio.

Ai comandi ci sono il timoniere Jacob Rusli, l’ufficiale di coperta Ciro Ambrosio, gli altri ufficiali Silvia Coronika e Salvatore Ursino, l’allievo di coperta Stefano Iannelli, assieme al maitre Antonello Tievoli originario del Giglio e a Manrico Giampedroni. Mentre Domnica non lo perde di vista un attimo, Schettino assume il controllo e dispone l’inserimento della navigazione manuale per accostare a dritta e cambiare rotta. I calcoli sono sbagliati. La nave si avvicina troppo alla costa, sbatte sugli scogli delle Scole e ne strappa addirittura un pezzo che si conficca nella carena. Tutto si mette a vibrare, la luce se ne va e gli allarmi iniziano a suonare. Dalla sala macchine giunge la notizia che i motori sono allagati, ma il comandante chiama le hostess: «Rassicurate i passeggeri che ogni cosa è sotto controllo».

Domnica sa di esser di troppo, in quella grande stanza ormai buia, piena di suoni striduli e voci concitate. Neppure lei sa cosa è successo, perché all’improvviso tutto si è messo a tremare nella grande nave che sembrava più forte di ogni cosa. Ma quando si rende conto che tutto è perduto e il naufragio certo, fa quel che può. Pesca nelle sue reminiscenze scolastiche moldave, dove ai bambini s’insegnava la lingua di Fedor Dostoevskij, e si rivolge ai tanti russi ora smarriti sui ponti, anch’essi vittime di un panico irrefrenabile. Gli spiega che resta solo da indossare i salvagenti, abbandonare la nave con le scialuppe, cercare scampo su quello scoglio vicino oppure direttamente sul molo distante poche centinaia di metri.

Di Schettino non sa nulla, non riesce più a vederlo. Nonostante il disastro, l’ammaliamento resta, pensa a lui con lo stesso trasporto di prima. Anzi, se possibile vorrebbe stargli vicino soprattutto nel fallimento, dopo che la gloria effimera dell’accosto più spericolato all’isola, dell’inchino più irriverente che si ricordi nella storia della Flotta Costa, si è dissolta ancor prima di rivelarsi. Intorno c’è solo dolore, ci sono morti e feriti, non esiste più traccia di quell’euforia che l’aveva accompagnata mentre saliva a bordo, depositava i bagagli nella cabina di Francesco, si metteva elegante per cenare con lui. Da allora in poi di lei parlano solo i filmati: sul molo del Giglio avvolta in un telo giallo mentre ammonisce qualcuno di non riprenderla, a Porto Santo Stefano che dice a un finanziere cose incomprensibili, alla televisione moldava dove ribadisce che Schettino è un eroe, capace di salvare migliaia di passeggeri con una manovra abile e disperata.Nell’interrogatorio di 6 ore, reso mercoledì ai magistrati, Domnica ha ripetuto che il comandante si è comportato da eroe. E ha ammesso di esserne rimasta conquistata, vittima di quella malìa che nel linguaggio abituale si chiama innamoramento, capace d’illuminare tutto di una luce diversa.

La forza dei fatti però non poteva cedere ai sentimenti: lei la notte del naufragio era sicuramente nella stanza di comando, ha ammesso, nonostante la verità diversa del suo eroico comandante. Non per questo lo dimenticherà.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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