Il Tirreno

Livorno

Garibaldo l’anti-eroe un secolo in trincea col cuore da ragazzo

Garibaldo l’anti-eroe un secolo in trincea col cuore da ragazzo

Al Teatro C festa a sorpresa per primi 100 anni di Benifei La città gli rende omaggio fra musica, amarcord e ironia

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di Mauro Zucchelli

LIVORNO

Neanche nel D-day delle celebrazioni per le sue prime cento candeline, l’ex partigiano comunista Garibaldo Benifei rinuncia allo spiritaccio labronico. E si disegna come un anti-eroe: «Quel giorno era morto Costanzo Ciano, me lo immaginavo che la polizia sarebbe venuta a cercarmi: li trovai ad aspettarmi sull’uscio di casa. Ma da via Sant’Andrea ai Domenicani la strada era lunga: loro erano in bici e io no. Sono stato il primo carcerato portato in galera sulla canna della bici...».

Garibaldo è nato quando c’era ancora il re, il duce era uno scavezzacollo socialista, il “secolo breve” doveva ancora cominciare e all’Attias c’erano i campi. Ieri la città, con un passaparola formidabile, ha fatto una festa a sorpresa a questo piccolo grande uomo di corporatura minuta e di caparbietà infinita: gli avevano detto che doveva fare il relatore a un incontro pubblico e via inventando. Non gli hanno fatto paura le botte dei fascisti di Fiorentina né le minacce dei nazisti, figurarsi se si arrendeva alla neve nel giorno più freddo dell’anno.

Teatro strapieno. Eccolo, nel teatro C di via Terreni strapieno di gente: il gran cerimoniere è l’attore Giorgio Algranti, accoglie volti noti delle istituzioni, ammiragli, leader politici o anche amici, compagni di strada, giovani che ne hanno conosciuto a scuola la verve di Garibaldo e della moglie Osmana, l’inseparabile metà di questa coppia-simbolo. Dell’antifascismo ma anche di cosa significa battersi in due.

C’è tutta la città ad abbracciarlo: lo fanno le istituzioni. Con il sindaco Cosimi («ha una grande capacità di rapportarsi con ragazzi che hanno ottant’anni meno di lui e senza fare sconti nemmeno a loro»), con il presidente della Provincia Giorgio Kutufà («la sua è una vita sempre dalla stessa parte, in coerenza con i suoi ideali»), l’abbraccio del segretario Pd De Filicaia («cent’anni al servizio della libertà e della democrazia»). E poi: i vertici della “sua” Pubblica Assistenza sia locali che nazionali, l’ammiraglio dell’Accademia che gli rende omaggio, il figlio di Pilo Albertelli che ora guida gli antifascisti dell’Anppia (di cui Benifei è il presidente provinciale). Ma anche: la lettera aperta della Comunità ebraica («tutti le dobbiamo riconoscenza» e giù una citazione di Isaia), la benedizione apostolica impartita via pergamena dal vescovo («lei è testimone della bellezza e della gioia della vita, dell’impegno per gli altri»), la mail di don Paolo Razzauti («la nostra città potrà crescere e trovare una sua migliore identità se ci saranno sempre più persone come Garibaldo (e Osmana) che non cercano poltrone ma vogliono bene alla loro Città e la "servono" con tutto loro stessi»).

Lo strappo. È possibile che nella gran folla ci sia sfuggita qualche faccia di centro-destra, ma in realtà non ne abbiamo vista nemmeno una. Ammesso dunque di non aver dimenticato per strada qualcuno, si può dire che sia questo forse lo strappo più grosso che si è consumato negli ultimi vent’anni: le radici della nascita della democrazia (e della Costituzione) sono vissute come patrimonio di una metà del campo. Non era così in passato: anche i Dc e perfino i liberali rivendicavano spazio per sé stessi nel patto resistenziale.

Fra musica e talk show. Comunque sia, già la scelta del teatro off è il segno che non siamo qui a fare il monumento a Garibaldo Benifei. Non a caso, dopo il concerto del trio d’archi e flauto delle nipoti Valentina, Martina e Federica Benifei, lo troviamo intervistato sul filo dell’ironia da Michele Crestacci: «Mi ci trovo male – dice il comico – a fare Bruno Vespa e mi manca il plastico della casa di Garibaldo che i fascisti volevano attaccare». E anche a Garibaldo il salotto da talk show non piacerebbe granché.

Benifei racconta quegli anni lontani: di lui bambino che dalla finestra vede le squadracce assediare la sua casa di Campiglia; di lui scolaro che candidamente confessa al direttore didattico squadrista che si è trasferito a Livorno per sfuggire ai fascisti; di lui che, adolescente, insieme ad altri ragazzi inventa negli anni del fascismo un baby sciopero alla vetreria; di lui che, chiuso in galera, sente crollargli il mondo addosso quando gli dicono che la mamma è morta.

E oggi? Ce n’è anche per l’oggi. Beninfei ha il cuore che gli batte per il vernacolo di Beppe Orlandi, confessa che gli piaceva andare a sentire i concerti di buona musica. Quella dei suoi vent’anni era la Livorno dei Caiano e dei fascisti ma « in mezzo alla gente c’era una livornesità e una voglia di opposizione al regime che era l’emblema del nostro carattere». E aggiunge: «Ho conosciuto una Livorno ricca di fermenti culturali, adesso mi sembra si siano un po’ persi per strada».

Crestacci gli chiede se c’è un fascismo latente oggi. «Mai fermarsi all’oggi, sempre guardare avanti», è la prima lezione di vita. Ma poi: «Le classi dirigenti del Paese non hanno a cuore il futuro dei ceti popolari».

Ma il menù è un cacciucco di mille portate: anche in musica. Come le canzoni di lotta e di protesta della premiata ditta Pardo Fornaciari & MarcoDel Giudice (poi arriveranno Pacitto, la banda cittadina e l’orchestra del Teatro C). Si comincia con la ballata dedicata a Getano Bresci «nostro vendicatore» dopo che le truppe sabaude avevano sparato sulla folla. Fornaciari scherza spiegando perché l’ha scelta: «È l’unica canzone scritta prima che nascesse Garibaldo...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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