Italia
Maurizio Morini il poeta gentile con il cuore ferito
A dieci anni dalla scomparsa oggi a Villa Serena gli amici ne ricordano la vita randagia, la speranza e la malinconia
di Renzo Marmugi
LIVORNO
“Viale Maurizio Morini poeta”. Entri a Villa Serena e la strada che ti accompagna alla struttura è intitolata a lui, l’uomo che dentro quelle mura era arrivato, a trentasei anni, per salutare vent’anni dopo, portato via da una malattia inesorabile. «Sono certo che andremo tutti in cielo, quest’inferno lo conosciamo bene», aveva scritto in una delle tante poesie che componeva a getto continuo su ogni cosa gli capitasse fra le mani. Fogli, quaderni, ritagli di giornale. Perché Maurizio, che oggi alle 17 sarà ricordato a Villa Serena da tutti gli amici nel decimo anniversario della morte, era fatto così. «Un maestro di interiorità - dice Roberto Tamarri, psicologo, suo amico dal 1968 -. Ci eravamo incrociati al Ginnasio, anche se non nella stessa classe. La conoscenza vera fu al bar Ricasoli, un mondo popolato da ogni tipo di umanità. Lui aveva interrotto gli studi, ma leggeva il greco sul mare, possedeva una cultura infinita ed era già tagliato per la vita alternativa che poi si sarebbe scelto. I soldi non gli interessavano, non aveva ambizioni sociali; io ho preso la laurea, ma fra noi due il maestro spirituale era Maurizio...».
Un’infanzia difficile, con due genitori che avevano tanto desiderato un figlio, arrivato forse troppo tardi, nell’immediato dopoguerra. Madre insegnante, padre ristoratore e poi gestore del circolo Arci a Fiorentina. Una coppia innamorata, che si voleva bene. Ma i suoi presero la Tbc e il bimbo all’età di tre anni fu mandato al Di Vestea. Un istituto nel quale avvertì il vuoto e il dolore dell’abbandono, e quel pessimismo leopardiano che l’avrebbe marchiato a fuoco per tutta l’esistenza cominciò ad annidarsi. Anche Maurizio si ammalò, e le cure a base di penicillina gli procurarono danni a vista e udito. Quando i genitori guarirono tornò a casa, ma la quiete non durò molto. Sua madre morì e lui, per mantenersi gli studi al Ginnasio, prima di andare a scuola faceva le pulizie nel palazzo a Barriera Roma dove abitavano. Poi la scomparsa del padre, un’altra pugnalata. Decise di partire con l’autostop per la Francia. Un viaggio all’avventura, da spirito libero. Dove ai Giardini del Lussemburgo a Parigi conobbe un clochard che gli indicò col sole negli occhi «le soleil» e una ragazza danese che si innamorò di lui. «Perché Maurizio ha avuto tantissime storie d’amore, era molto sensibile al fascino femminile. Relazioni brevi ma intense», ricorda ancora Roberto Tamarri.
Tornò a Livorno, gli avevano tolto la casa e il suo amico lo ospitò per qualche mese nell’appartamentino di via Grande dove abitava, poi un giorno Maurizio decise di traslocare agli asili notturni, dietro il Cisternone. Dormiva lì, però vista e udito peggioravano, così andò a vivere in via del Mare, nei locali dell’Unione Italiana Ciechi. E a 36 anni, grazie alla sensibilità delle istituzioni, lo spostamento a Villa Serena. Ignorato per troppo tempo, chiuso nella sua stanza con un’unica ragione di vita: scrivere poesie. Anche l’affetto dell’amico Roberto che gli portava sempre libri da leggere non bastava più, pensando addirittura di farla finita. Ma un giorno a quella porta chiusa bussò Loretta Zocchi, presidente della Pav (Presenza Amica Volontaria), associazione che presta la sua opera nelle residenze assistite e in ospedale. «Un incontro meraviglioso per lui e per noi - dice la signora Zocchi - perché a Maurizio ha spalancato le porte della speranza e a noi ha fatto conoscere un tesoro di umanità».
«Quell’uomo era perduto, lo sapevano tutti, ma non tutti avevano l’amore in bocca», scrisse per ricordare l’ingresso nella sua vita di Loretta Zocchi e degli altri volontari Pav. Sono stati loro a convincerlo a raccogliere una parte di quei versi in due libri, “Senza tanti complimenti” e “Quel che resta del verde”, regalandogli la speranza e una dignità dettata esclusivamente dall’amore. Anche Pio Gianelli l’aveva conosciuto a Villa Serena. «Malinconia, gioia, solitudine - dice - mille stati d’animo che metteva dentro le sue poesie, specchio di una vita un po’ randagia a cui i membri della Pav e i pochi amici veri avevano ridato brio e speranza». Che Maurizio descriveva così: «L’attimo di ripresa se tu lo cogli al volo è il crollo degli ostacoli, non lasciartelo sfuggire».
E il poeta quel messaggio l’aveva raccolto. Ritrovando un giorno, alla consegna degli Oscar livornesi, un altro vecchio compagno del Ginnasio, Marcello Murziani. Lui direttore di banca, Maurizio lo stesso di quando era giovane. «Un ragazzo taciturno, semplice, bravissimo a scuola, molto intelligente. Ma tosto, duro, una voce fuori dal coro - dice Murziani -. Io andavo a trovarlo ogni sabato e, sapendo della sua malattia, cercai di convincerlo a curarsi. Ma lui mi rispose: “Nella vita quando mangi la pastasciutta ne assaggi uno, due, tre piatti, poi non ti rappresenta più nulla. Così la vita”». Pensava di aver vissuto abbastanza, decise che poteva bastare. E il 31 gennaio 2002 prese l’aereo per l’eternità.
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