Gioco
Le 100 candeline di Benifei Una vita contro il fascismo
Con la moglie Osmana è il testimone
di Mauro Zucchelli
LIVORNO
Il destino di Garibaldo Benifei è quasi un romanzo. Ma non era scritto nelle stelle: semmai in quel che è accaduto tre mesi prima che nascesse. E, come tradizione vuole, in un nome: Garibaldo. È il suo, ma anche quello di suo padre. Morto poche settimane prima che lui mandi il primo vagito, lasciando una moglie con il pancione e undici marmocchi da sfamare.
Inizia così, prima ancora di iniziare davvero, la storia dei primi cent'anni da antifascista di un anti-eroe – li compie domani – che attraversa tutto il "secolo breve": fra clandestinità, persecuzione da parte delle "camicie nere", tribunale speciale, galera insieme a Pertini e, adesso, il bisogno di rendere testimonianza che «questo è stato». Scolpitelo nel vostro cuore «o – come dice l’invettiva di PrimoLevi – vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi».
Mai arrendersi. Garibaldo, d'altronde, è un nome che vale un manifesto d'impegno: mai arrendersi, lotta finché puoi e anche dopo. Certo però che quel ragazzino sembra aver tutt'altra corporatura rispetto all'Eroe dei Due Mondi: è piccolo e minuto, com’è scritto nell’informativa riservata della schedatura di polizia, alla visita di leva l’hanno dichiarato rivedibile per due volte perc hé «di debole costituzione». Riuscirà a battersi come un leone?
L'assaggio del fatto che l'esistenza non è un pranzo di gala, Benifei ce l'ha dunque che non è ancora uscito dalla culla e lo beve con il latte della mamma. In tandem con la consapevolezza che si paga a caro prezzo la volontà di stare con la schiena dritta e l'orgoglio di difendere le proprie idee, la propria dignità di persona: ha ancora i pantaloni corti da ragazzino di dieci anni quando a Campiglia, dov'è nato, per la famiglia Benifei non c'è più spazio. Costretta ad andarsene perché per le squadracce fasciste i suoi familiari sono diventati un bersaglio: Rito è anarchico e Antonio è socialista, né l'uno né l'altro l'avrebbero passata liscia se tutta la famiglia non avesse deciso di trasferirsi a Livorno quando l'aria si era fatta proprio irrespirabile e le minacce sempre più esplicite.
Al lavoro già da ragazzino. E' una parabola che riguarda parecchi ragazzi della sua generazione: via dalla scuola troppo presto ("solo qualche anno più tardi, con l'iscrizione a un corso serale, avrei potuto finalmente conseguire la licenza elementare"), racconterà nell'autobiografia). A 12 anni c'è da andarsi a guadagnare la pagnotta: facendo il portantino alla vetreria Rinaldi (con i vetri incandescenti da trasportare da un reparto all'altro) oppure il garzone in bar come il Bizzi di via Solferino o il Bristol di piazza Cavour, l'uno frequentato da antifascisti (soprattutto comunisti come i Barontini) e l'altro dai gerarchi fascisti.
La prima scintilla di ribellione consapevole – è Benifei stessa a raccontarlo – scocca quando il padrone del bar lo manda a portare il caffè ai fascistoni nella federazione del Pnf lì vicino: nella sala riunioni c'è la sfilata di "trofei di caccia" che le scorrerie delle squadracce nere avevano strappato ai "rossi", compresa quella della lega dei contadini di Venturina. Garibaldo dice: «Era un simbolo della mia gente, è come se avessero fatto prigioniera la mia gioventù. Io non potevo che stare dall'altra parte della barricata».
Non ha ancora vent'anni quando mette piede nell'organizzazione clandestina del Partito comunista. Anche qui c'entra il dna di famiglia: il fratello Eros, militante clandestino già da tempo, il partito l'ha spedito alla scuola quadri di Parigi per farne un dirigente.
In galera due volte. Tempo due anni e la sua attività di militante antifascista salta agli occhi della polizia del regime. È il marzo ’33 il regime è a un passo dall’apogeo del consenso, figuriamoci nella Livorno dei Ciano, fra “lord” Galeazzo e “Ganascia” Costanzo: muore Mario Camici, facchino in piazza Cavallotti e comunista-simbolo. Il suo funerale diventa una silenziosa manifestazione di opposizione con migliaia di persone. Due mesi più tardi scatta il contrattacco della polizia: nel garage della questura viene affidato alle cure di un gruppo della milizia di Fiorentina, che lo massacra.
L’altro arresto è quando, alla vigilia della guerra, lo pescano con i volantini comunisti. Rieccolo, il sovversivo: rieccolo anche in tribunale, e stavolta la condanna è a sette anni.
L’altra metà: Osmana. Si potrebbe continuare a dire della storia di antifascista di Garibaldo Benifei, ma è un racconto a metà. L’altra metà entra in scena nell’estate ’44 e chissà se è solo una coincidenza del destino che arrivi quasi nelle stesse settimane in cui viene liberata Livorno. Si chiama Osmana Benetti, anche lei partigiana, anche lei comunista.
Lei e Garibaldo Benifei saranno i primi a sposarsi con rito civile in Comune nella Livorno tornata alla democrazi. Le fedi gliele regaleranno gli operai del Cantiere: anche quando saranno sostituite da due normali anelli d’oro, resteranno nel cassetto dei ricordi. Il viaggio di nozze? Impossibile. Tutt’al più una cena «al lume delle lampade all’acetilene e degli stoppini a olio il cui fumo ci anneriva le mani e la faccia».
I guai non sono finiti con la cacciata dei nazifascisti: nel ’48 succede un “quarantotto” anche dal punto di vista della contrapposizione politica e Benifei, diventato dirigente del movimento cooperativo, finisce insieme ad altri sulla lista nera con l’accusa di aver violato la normativa sui dazi doganali. Un anno di clandestinità, tre giorni di galera, poi finalmente viene messo fuori.
Fra Livornina e Istoreco. La città gli renderà omaggio nel 2007 consegnandogli la “Livornina”, l’onorificenza più alta, e affidandogli la presidenza onoraria dell’Istituto storico della Resistenza e della Società Contemporanea.
Più che all’interno della sinistra in forma di partito, la sua è una vita dedicata alla sinistra che sta nelle pieghe della società civile: prima l’esperienza nelle coop, poi nel ’57 la fondazione dell’Arci, quindi l’esperienza ai vertici dell’Eca, infine la solidarietà ai bambini delle tendopoli saharawi. E, come filo rosso, l’impegno nella Svs Pubblica Assistenza (fin da quando aveva 11 anni) e nell’Anppia (perseguitati politici antifascisti). Ma ora il contatto vero è con i ragazzi delle scuole: a raccontare che la libertà non si baratta con niente e che «una società dove molti sono gli esclusi è una società senza futuro».
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