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Livorno

Elisa Franchi dal Vertigo ai teatri romani

Elisa Franchi dal Vertigo ai teatri romani

Voleva fare il pilota poi ha scoperto il palco e ora è in tour per l’Italia con Barresi

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di M. Antonietta Schiavina

LIVORNO

Da bambina diceva che sarebbe diventata un pilota d'aereo. Poi i suoi voli si sono orientati verso il palcoscenico, dove ha approdato giovanissima per restarci. Elisa Franchi - classe 1984, nata a Livorno e residente a Rosignano, figlia di un'impiegata della Provincia di Livorno e di un insegnante delle superiori, entrambi pensionati, un fratello maggiore medico, un diploma di laurea di primo livello in Scienze e Tecniche di Psicologia più vari corsi di musica, recitazione, danza, canto - ha riscosso applausi e consensi lo scorso dicembre al Teatro Goldoni nei panni della svampita ed eternamente innamorata figlia del Dottore nella commedia "La donna di Garbo" diretta da Emanuele Barresi.

Poi è ripartita subito alla volta di Roma, dove da qualche tempo ha deciso di vivere per tentare la scalata verso il successo, conscia di avere davanti a sé una dura e lunga gavetta, densa di sacrifici, delusioni, qualche piccola illusione e tanti sogni. Come quello di essere diretta da Paolo Virzì, a cui lancia un appello dal nostro giornale.

Che tipo di bambina sei stata. Allegra, solitaria, capricciosa?

«Molto allegra e socievole. Adoravo i giochi di gruppo, soprattutto quelli dove si doveva recitare, come il gioco dei mimi, delle imitazioni, o delle statue viventi...».

Dicevi che da grande avresti fatto la…

«Oscillavo tra l'attrice e l'assistente di volo, ma dopo il mio primoviaggio in aereo rimasi affascinata dalla cabina di pilotaggio, tutti quei pulsanti… Così giurai che sarei diventata un pilota».

E invece hai svoltato verso il teatro. Ma quando hai deciso che volevi recitare? E cantare, suonare, ballare, visto che hai studiato anche pianoforte, canto e danza?

«Ho iniziato a studiare canto e recitazione negli ultimi anni delle superiori, per passione ma senza troppe pretese. Poi, quando ero all'università, mi è capitata l'opportunità di andare per un anno in Spagna, e lì sonoimpazzita, andavo sempre a teatro, facevo corsi di recitazione in lingua,ho perfino partecipato a un musical… Insomma, mi era scattata la cosiddetta molla!».

Hai trovato degli ostacoli nella tua famiglia quando hai detto che la tua strada sarebbe stata quella dello spettacolo?

«Beh, non è stata una confessione immediata. Sapevo benissimo che i mieigenitori non mi avrebbero mai permesso di interrompere gli studi e hocercato di concentrarmi il più possibile sulle due cose a cui tenevo dipiù, gli esami all'università e le lezioni alla scuola del teatro Goldoni, dove nel frattempo mi ero iscritta. Ho trascorso un paio d'anni praticamente in clausura: biblioteca-teatro Goldoni, teatro Goldoni-biblioteca. Finché, a pochi esami dalla laurea, ho confessato alla famiglia le mie intenzioni. Apriti cielo! Mi sono inimicata mia madre per mesi, ma ormai guardavo già oltre e niente mi avrebbe fermato».

Però sei riuscita a laurearti.

«Sì. Volevo portare a termine almeno il primo ciclo di studi nel rispetto dei miei genitori, dei soldi delle tasse universitarie e degli anni di vita spesi, ma soprattutto per entrare in possesso di un piccolo paracadute nel caso che la strada da me intrapresa non avesse trovato degli sbocchi professionali».

Tu non fai parte insomma della categoria bamboccioni, ma neppure di quella degli sfigati. A proposito, e cosa ne pensi di queste definizioni nei confronti dei giovani?

«Ritengo di non appartenere a nessuna di queste categorie, vivo fuori casa, i miei genitori mi aiutano con le spese, questo è vero, ma nel frattemposto cercando di costruirmi una carriera, impegnandomi al massimo. E trovo molto riduttivo classificare i giovani in questo modo… Nonè semplice capire chi siamo, che cosa ci piace e fare e cosa vogliamodiventare, per noi la vita è una ricerca, una scoperta, e questo comportasbagliare strada, magari sbagliare anche la scelta dell'università, interrompere gli studi, ricominciare da capo, cambiare lavoro, andare a vivere fuori casa e poi tornare. E credo che la cosa migliore che ci possa capitare è una famiglia comprensiva che ci accompagni nelle scelte, senza eccessive pressioni».

Ricordi il tuo primo debutto in pubblico? Cosa hai provato? Emozione, paura, eccitazione?

«Il saggio della scuola Vertigo diretta da Enzina Conte. Ero completamente senza voce, la prima fila avrà percepito dei sussurri, gli spettatori più indietro la visione di una muta che camminava… Che vergogna! Ero disperata, il giorno prima del saggio l'ho passato in lacrime. Ma arrivata sul palco ho pensato: "Se scandisco bene le parole in perfetta dizione come Enzina mi ha insegnato, forse leggeranno il labiale!". Ed è andata».

Hai iniziato a Livorno ma poi hai deciso di andartene a Roma. Il tuo territorio ti stava stretto?

«Se è per questo sono andata a studiare recitazione anche a Pisa e Firenze per poi tornare a Livorno, e iscrivermi al laboratorio Compagnia del teatro Goldoni. E proprio lì mi hanno dato la possibilità di studiare tante ore, soprattutto nei periodi di messa in scena, facendomi capire che quel tipo di fatica per me era un immenso piacere. Dopodiché ho scelto di uscire dal territorio livornese, perché le mie intenzioni erano quelle di entrare in una delle grandi accademie d'arte drammatica. E la scelta di Roma è stata consequenziale all'ammissione all'accademia di Pino Insegno».

Quali difficoltà hai incontrato una volta sbarcata nella Capitale?

«Sicuramente la forte concorrenza. Ritengo di aver sempre avuto untrattamento un po' speciale a Livorno, proprio perché mi venivanoriconosciute le mie doti. A Roma invece molte attrici che incontro ai provini sono bravissime e raramente vengo scelta».

Come ti mantieni in attesa della grande occasione?

«Ho un contratto a tempo "determinato" che rinnovo di anno in anno come maschera in teatro».

Pensi che una ragazza che voglia fare teatro seriamente oggi riesca ancora a trovare uno spazio senza giungere a compromessi?

«Me lo auguro. Credo profondamente che il talento e lo studio ripaghi nella lunghezza temporale. Se riesci a non snaturare chi sei veramente giungendo compromessi , a poco a poco ti circonderai di persone simili a te con cui potrai lavorare nel massimo dell' onestà».

Fai la maschera di teatro per mantenerti, però hai lavorato con un grande maestro come Giorgio Albertazzi. Qual è la cosa più importante che hai imparato da quell'esperienza?

«Albertazzi mi ha insegnato a scrivere. Mi ha spronato in tutti i modi acogliere ispirazione dalla vita che mi circonda e farne materia dapalcoscenico e proprio qualche giorno fa ho vinto in una rassegna di monologhi con un pezzo scritto da me ed è stata una grandissima soddisfazione».

Se avessi la bacchetta magica quale ruolo ti affideresti?

«Quello delle donne di Shakespeare palesemente buone: Giulietta, Desdemona, Ofelia, Beatrice, sono ruoli che non ho mai avuto occasione di interpretare e mi restano pochi anni ormai per farlo».

Quali sono i tuoi modelli nel campo della recitazione?

«Al momento quelli americani. Arrivo da un percorso di studi sui metodi Strasberg e Stella Adler che mi stanno facendo apprezzare e osservare in modo certosino le interpretazioni di un Robert De Niro o di un Al Pacino… Ma ci sono anche diversi attori italiani a cui vorrei assomigliare… Per esempio la tata di casa Vianello, Giorgia Trasselli. L'ho vista a teatro in diverse vesti, è bravissima. E Chiara Noschese? Un talento comico assoluto. Per non parlare di Paola Cortellesi, che seguo dagli inizi della sua carriera».

Sembri una ragazza decisa e con le idee ben chiare in testa. Ma hai delle paure?

«Quella di non riuscire a farmi una famiglia».

E dei sogni?

« Sogno di diventare brava e prendere parte a spettacoli di alta qualità».

A cosa hai rinunciato per tentare di realizzare questi sogni?

«Alla stabilità economica, alla vicinanza con la famiglia, alla serenità dei miei genitori che ogni giorno si preoccupano per me e che ho sempre il terrore di deludere».

Quale regista vorresti che ti chiamasse per proporti un ruolo?

«Virzì, senza dubbio. Fategli avere una copia dell'articolo!!!».

E con quale attore o attrice vorresti recitare?

«Barbara Bobulova e Sabrina Impacciatore. E con il buon Pierfrancesco Favino».

Cosa ti aspetti dal futuro?

«Delle buone opportunità. Poi sta a me giocarmele al meglio».

Per cosa lasceresti da parte i tuoi desideri?

«Probabilmente per una famiglia mia, se le circostanze me lo richiedessero. O quanto meno li ridimensionerei».

Hai dei progetti immediati e se si quali?

«Un film. E uno spettacolo teatrale musicale progettato interamente dal mio gruppo vocale, i Kea, a cui sono legata da un paio d'anni. Cercheremo di debuttare a Livorno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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