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L’arma della class action Cittadini alla riscossa contro le multinazionali

DI ANDREA VISCONTI NEW YORK Se Bill Lerach fosse ancora il mago delle class action sarebbe probabilmente lui a rappresentare i passeggeri della Costa Concordia nella causa collettiva per il...

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DI ANDREA VISCONTI

NEW YORK

Se Bill Lerach fosse ancora il mago delle class action sarebbe probabilmente lui a rappresentare i passeggeri della Costa Concordia nella causa collettiva per il risarcimento dei danni subiti. Ma dal 2009 è stato radiato dall'albo degli avvocati.

Lui, lo squalo delle azioni legali di gruppo, non può più sfidare le corporation americane a cui fece guerra per trent'anni. Nomi grossi. Citibank, Disney, Merrill Lynch. E ancora, Apple, AT&T, Hewlett Packard. E poi il nome più esplosivo di tutti, Enron.

Fu Lerach che portò in tribunale questo gigante texano del settore energetico e intentò una class action per conto di migliaia di azionisti imbrogliati con mastodontiche frodi fiscali che fecero colare a picco perfino la Arthur Anderson, il colosso mondiale della contabilità aziendale.

L'abilità di Lerech di vincere cause collettive per risarcimento divenne così leggendaria che il suo studio legale, Milberg Weiss, si guadagnò il soprannome di "lo studio più perfido d'America". E a buona ragione: complessivamente nel giro degli anni la Milberg Weiss vinse cause per class action in ragione di 45 miliardi di dollari.

Solamente con la Enron fece ottenere ai querelenti 7,1 miliardi di dollari per danni. Una cifra astronomica che stracciò ogni record precedente e che a tutt'oggi non è mai stata battuta.

Quando ci sarà un nuovo record non sarà Lerech però a conquistarlo. Nel 2007 si rese responsabile di ostruzione di giustizia e fu condannato a due anni di carcere con relativa radiazione dall'albo. Una punizione severissima che puzzava di vendetta politica.

La carrierà di Lerach fu rovinata infatti da John F. Walter, un giudice repubblicano che nel 2002 era stato nominato dall'allora presidente George W. Bush. Lerach invece era una democratico convinto che elargiva generosi finanziamenti a candidati democratici. Fine di una carriera e fine del più abile nemico delle corporation americane la cui arma micidiale era sempre stata la class action.

E' un universo legale in cui gli interessi economici sono tali che gli avvocati si fanno guerra all'ultimo sangue. Da una parte quelli che proteggono imperi aziendali che credono di essere invincibili, dall'altra quelli che cercano di difendere gli interessi di cittadini che individualmente non avrebbero la forza di intentare cause.

Guerre legali allo stesso tempo sanguinose e avvincenti, perfette per il grande schermo tanto da diventare protagoniste di film di enorme successo. Fu il caso di "Erin Brockovich" che ottenne la nomination agli Oscar per miglior film e migliore attrice protagonista. Fu Julia Robers a calarsi magistralmente nei panni di Erin Brockovich, una semplice segretaria in uno studio legale che seguendo il suo istinto annusò puzza d'imbroglio in caso di inquinamento di acque potabili in una cittadina californiana.

Si mise a scavare come un segugio inarrestabile e riuscì a fare guerra al colosso energetico Pacific Gas & Electric che risultò responsabile di essersi messo d'accordo con l'amministrazione comunale di Hinkley per nascondere l'evidenza che da anni l'acqua potabile era inquinata da velenoso cromo. A presentare con successo questa class action furono 633 cittadini che si spartirono 333 milioni di dollari, tanti furono i danni riconosciuti dal tribunale.

Quando per la prima volta fu ventilata l'idea di portare sul grande schermo la storia vera di Erin Brockovich un producer di Hollywood sbadigliò sfacciatamente durante una riunione preliminare. Pensava che le storie di class action fossero una noia, non solo per lui, ma soprattutto per il pubblico. I numeri gli diedero torto. Il film a tutt'oggi ha incassato 256 milioni di dollari, quasi tanti quanti quelli pagati ai querelenti della Pacific Gas & Electric.

Ma i risarcimenti collettivi per danni non sempre vanno a finire a favore del gruppo di individui che intenta la causa. Ne sanno qualcosa le dipendenti di Walmart che portarono in tribunale la più grande catena di supermercati al mondo chiedendo risarcimenti per avere bloccato l'ascesa professionale di migliaia di donne sulla base di discriminazione sessuale.

I numeri parlavano chiaro: fra i manager le donne erano solo il 14 per cento mentre fra i dipendenti pagati a ore le donne erano l'80 per cento.

A far scattare l'azione legale fu Betty Dukes, una dipendente di Walmart di cinquantaquattro anni che si rifiutò di farsi scavalcare da colleghi di sesso maschile nella promozione a funzioni manageriali. Si rivolse a un avvocato che poco per volta raccolse testimonianze da altre dipendenti, fino a che non fu chiaro che c'erano gli estremi per una class action.

Nel caso di Walmart le querelanti erano 1,6 milioni di dipendenti ma per intentare cause di risarcimenti collettivi non serve raggiungere numeri stratosferici.

Anzi, nel caso di Walmart fu proprio questo alto numero di querelanti a far perdere la causa con la motivazione che le donne in questione rappresentavano dipendenti con interessi troppo diversi per poter essere rappresentate in una singola class action.

Per un risarcimento collettivo non esiste un numero massimo, ma non esiste neppure un numero minimo.

La legge americana si limita a dire che deve sussistere un motivo valido per cui i querelanti fanno causa collettivamente e non individualmente. Come nel famoso caso di Lois Jenson che divenne una pietra miliare nel mondo dei class action.

Era il 1975 e questa giovane disoccupata in Minnesota pensava di avere finalmente risolto i suoi problemi economici avendo conquistato un posto di lavoro alle miniere Eveleth Taconite.

Lei e altre quindici dipendenti scoprirono presto invece quanto fosse dura la vita delle donne nel mondo maschilista delle miniere. Fecero causa per molestie sessuali e impiegarono un quarto di secolo prima di venire risarcite complessivamente 3,5 milioni di dollari. Ognuna portò a casa poco più di 200 mila dollari. La cifra era modesta ma la soddisfazione enorme: furono le prime in America a intentare una class action per molestie sessuali cambiando cosí per sempre il mondo del lavoro negli Stati Uniti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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