Gioco
Il fascino antico dell’isola dei pirati
Montecristo selvaggia e disabitata, non possono sbarcare più di mille turisti all’anno
di Antonio Valentini
INVIATO A MONTECRISTO
A quasi 500 anni dalla morte, la sinistra presenza del pirata Dragut aleggia ancora sulla più lontana e selvaggia isola toscana. "La spada vendicatrice dell'Islam" la violentò come poteva, massacrandone i pochi abitanti e riducendo a schiavi i monaci camaldolesi che la popolavano, per trasformarla nel suo covo. Ma involontariamente ne fece la fortuna, alimentando la leggenda di un favoloso tesoro sepolto in questa gigantesca piramide di granito, che angoscia e affascina chi si avvicina, rendendolo incapace di sviare lo sguardo da quei versanti che scendono a perdifiato verso il mare. Addirittura Alexandre Dumas, che pure ne costruì la fama ambientandovi il più celebre dei suoi romanzi, non vi mise piede, forse in soggezione per quella massiccia severità, limitandosi a osservarla dalla barca dell'amico Jerome Bonaparte.
Ma oggi due sono i nemici da cui l'isola di Montecristo, con i suoi 16 chilometri di costa, si deve guardare: il ratto nero, ghiotto di uova della berta minore che vi nidifica durante la migrazione verso l'Africa e l'ailanto, una pianta giapponese che ha finito per colonizzarla a spese delle specie autoctone. Due intrusi da cacciare mobilitando una task-force inimmaginabile ai tempi di Dragut, con elicotteri che spargono esche velenose per uccidere i topi e mummificarli e operai che segano gli arbusti alieni e avvelenano quel che resta del tronco, per evitarne una ricrescita ancor più vigorosa.
In verità un terzo nemico ci sarebbe e ogni tanto rialza la testa. Si chiama turismo, quella forma di sfruttamento dell'isola che l'ex ministro Stefania Prestigiacomo avrebbe voluto circoscrivere a pochi, ricchissimi eletti per arricchire, punto più virgola meno, di un milione in 12 mesi le casse del suo trascurato dicastero. Non se n'è fatto di nulla, per la fortuna di tutti e lo smacco di pochi: Montecristo accoglie al massimo mille turisti all'anno che sbarcano dal battello al molo di Cala Maestra, sorridenti come fosse la terra promessa, quantomeno felici di mettere il piede su una terra misteriosa e lontana, benché facente parte del comune di Portoferraio. Disabitata, per giunta, fatta eccezione per le poche guardie forestali che si avvicendano ogni due settimane e il guardiano Giorgio, che vive assieme alla moglie Luciana nella casetta costruita vicino a villa Taylor, dove Vittorio Emanuele III consumò il viaggio di nozze assieme alla moglie Elena del Montenegro. "Cosa vuole che le racconti - dice il burbero Giorgio nascosto da una barba lunga e grigia -, la solita storia dell'eremita che ha scelto di vivere lontano dalla civiltà? Non mi va. Tante altre cose andrebbero raccontate…"
Però lui non vuole parlarne, trincerato com'è nel suo eden fatto di vento e solitudine, mèta prediletta per svernare di uccelli come il codirosso spazzacamino o il tordo bottaccio, che si posano sulle pareti scoscese a picco sul mare nascondendosi tra gli arbusti di rosmarino e di maro, tra i cespugli di cisto e quelli di lavandula. Giorgio vive nella sua casetta semplice e lineare con vista su Cala Maestra, rifornito dal collegamento settimanale con la terraferma, unico avvenimento capace d'infrangere la monotonia dei giorni. Anche ai tempi di San Mamiliano, che vi trovò riparo mille anni prima di Dragut, le giornate dovevano essere sempre uguali: lui se le complicò ingaggiando una furibonda lotta con un drago alato che viveva a Montecristo da tempo immemore, alla fine uccidendolo. Giorgio, viceversa, sa di non dover lottare con nessuno. Fa l'operaio forestale, bada a estirpare gli ailanti e a recitare una parte importante nel programma di derattizzazione, senza sentire la nostalgia del suo Veneto né soffrire per un esilio voluto: "Ci si sente più soli se l'auto si rompe di notte a Milano che qui - racconta -. Abbiamo il telefono, c'è internet e se ci sentiamo male, in 20 minuti arriva l'elicottero da Grosseto e ci porta via. Ma perché dovrei parlare con voi giornalisti? Cosa volete da me? Sono un semplice operaio forestale, per di più precario, che sta anche sei mesi senza riscuotere lo stipendio. Altro che la solita storia del paradiso terrestre. Certo, è un paradiso terrestre. Ma da solo non basta a vivere"
In nessun luogo come a Montecristo il passato si fonde con il presente e la leggenda con la realtà. I tre unici sentieri dell'isola conducono a luoghi immersi nella favola eppure ancorati saldamente alla storia: il Belvedere da dove la vista verso lo Scoglio d'Africa è mozzafiato, il Monastero che nell'ultima guerra i soldati tedeschi si divertivano a bersagliare dal mare, la Grotta del Santo dove San Mamiliano si ridusse a vivere nel suo esilio volontario. Tre sentieri duri e stretti, pieni di sassi striati dalla tormalina nera, che chiunque abbia l'avventura di visitare quest'isola selvaggia e solitaria deve percorrere, se non vorrà starsene fermo a Cala Maestra dove quasi tutto è vietato, persino il bagno in mare. "E' un'isola molto esclusiva, completamente tutelata - spiega Franca Zanichelli, direttrice del Parco dell'Arcipelago -. I suoi fondali marini sono presi a paradigma dai centri di ricerca, rappresentano un patrimonio d'inestimabile valore".
L'integrità è il vero tesoro di Montecristo, non le gemme di Dragut né l'oro dei monaci camaldolesi. L'isola la difende come può, fidando non solo nel radar della vicina Pianosa, morfologicamente opposta nella sua ossessiva piattezza, ma anche nella profondità delle acque da cui è circondata, difficilmente accessibili ai subacquei e ai pescatori per diletto. Ciò nonostante, le barriere fisiche non bastano. Ed è per questo che la parte meridionale dell'isola sarà presto protetta da telecamere, autentico frutto di un trapianto dell'ingegno umano in uno degli ultimi paradisi incontaminati.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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