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La verità sul disastro in sette computer

Pierluigi Sposato
La verità sul disastro in sette computer

Ecco come è fatta la scatola nera della Concordia custodita in Procura Sarà analizzata dai quattro specialisti nominati dal gip Montesarchio

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GROSSETO. Non arrivano a dieci. Sono sette-otto computer, non diversi nella forma dalle “tower” dei personal computer che ci troviamo normalmente sotto la scrivania. Sono apparentemente in ottime condizioni e comunque sono testati per resistere a stress atmosferici impressionanti e a tutti gli incidenti, anche i più devastanti. Sono i sistemi di registrazione della Costa Concordia, altrimenti detti "scatola nera". In altre parole, sono la verità. O almeno su una grandissima parte della verità di quella notte.

Sono custoditi accuratamente nei locali della Procura di via Monterosa, dove sono giunti l'altra settimana, subito dopo il recupero. Sono sotto sequestro, chiaramente. Sono sotto osservazione meticolosa così come erano stati sorvegliati speciali già nelle fasi del recupero. Questo era stato affidato ai sub dei Gis dei carabinieri proprio per garantire la massima sicurezza e riservatezza: sono stati sin dall'inizio nelle mani della polizia giudiziaria per preservare la genuinità della prova regina in disastri di questo genere, lontani da sguardi e contatti impropri. Nessuno li può toccare e nessuno può provare a decrittarne il contenuto. Anche gli investigatori - e non solo la difesa - attendono con grande curiosità all'incidente del probatorio del 3 marzo, quando la scatola nera sarà finalmente aperta dai quattro specialisti incaricati dal gip Valeria Montesarchio: un esperto di ingegneria navale (Mario Maestro, Università di Trieste), un esperto di ingegneria informatica (Enzo Dalle Mese, Università di Pisa), il comandante dell'Accademia natale di Livorno (ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone), un componente del comando generale delle Capitanerie di porto (contrammiraglio Francesco Carpinteri).

In Procura, comunque, hanno pochi dubbi: per quanti guasti o malfunzionamenti vi possano essere stati, se anche il Vdr - come dice Schettino - era fuori uso perché non riusciva a scaricare il backup, l'esame incrociato delle apparecchiature recuperate consentirà di capire secondo per secondo i drammatici minuti dell'urto, dell'allarme, dell'abbandono nave, dei soccorsi. Dalla decrittazione dei dati riversati negli hard disk della scatola nera, gli inquirenti - ma anche la difesa e le parti offese - capiranno cosa è davvero avvenuto sulla plancia di comando della Costa Concordia e nei sistemi di navigazione della più grande nave da crociera della compagnia.

Quando in via Monterosa arriveranno anche i tabulati delle telefonate intercorse tra le persone a bordo e gli interlocutori a terra, i pm avranno a disposizione anche la rete delle conversazioni prima e dopo le 21,45 di quel 13 gennaio. Se queste sono avvenute sul ponte di comando, il riscontro sarà possibile mediante l'esame delle registrazioni della scatola nera, che dovrebbe comprendere anche le conversazioni ambientali. Non ci saranno dubbi. Se invece qualcuno dovesse aver telefonato lontano dalla plancia, gli investigatori dovranno capire perché sono state fatte: in quest'ultimo caso comunque, non sarà possibile conoscere il contenuto delle telefonate, se non sentendo le persone interessate. Ma non è sicuro che venga raggiunta una prova certa.

E' chiaro che ciò che più interessa la Procura è capire cosa davvero abbia fatto e detto Schettino, cosa abbia detto e fatto Costa Concordia. Da una parte il comandante, che ha ribadito di aver detto subito e tutto alla compagnia; dall'altra il disaster manager Roberto Ferrarini. Questi, come ha riferito l'amministratore delegato Pierluigi Foschi nell'audizione al Senato, ha messo nero su bianco alcuni punti fermi. E cioè che «il comandante non mi ha mai fatto intendere la gravità della situazione. Sia con il tono relativamente tranquillo che con l'apparente sicurezza della sua intenzione di andare all'ancoraggio. Successivamente, ma solo intorno alla mezzanotte, dopo quanto appreso soprattutto dall'hotel director (Giampetroni, ndr), si è realizzato che la situazione era probabilmente grave da molto prima». Il direttore, infine, accusa il comandante di aver cercato con lui una versione di comodo. «mi chiese di condividere con me la posizione da tenere con l'autorità che evidentemente gli richiede cosa è accaduto. Asserisce di avere l'intenzione di dichiarare che la nave aveva prima subito un black out a seguito del quale aveva urtato un basso fondale. Ho rifiutato immediatamente tale possibilità intimandogli di dire esattamente come i fatti sono occorsi anche alla luce dell'oggettiva impossibilità a sostenere posizioni differenti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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