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Costa concordia

I “familiari degli ultimi”

 I “familiari degli ultimi”

Ancora in paese attendono disperati un miracolo o almeno la salma dei cari

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di Elisabetta Giorgi

Kevin Rebello, 33 anni, vaga in paese come un fantasma e si ossessiona pensando che suo fratello Russell, il cameriere indiano, possa essere ancora vivo, intrappolato in chissà quale punto della nave. Aveva la febbre quando è uscito in mutande dalla cabina. Quella notte si è messo a soccorrere i passeggeri.

«L'ultima volta che l'hanno visto aveva il giubbotto; poi non ce l'aveva più. L'aveva ceduto a qualcun altro. Stava aiutando i naufraghi a salvarsi mentre Schettino aspettava un drink», accusa gesticolando come un robot, movimenti febbrili e sguardo vitreo. La speranza? «Io non lo so se ce l'ho più la speranza. Ma intanto aspetto, e chissà se potrò recuperare il corpo».

I familiari di Giuseppe Girolami intanto hanno tappezzato di foto il Giglio porto. Le hanno appese con lo scotch nei punti logistici dell'isola, fuori dalle trattorie. E c'è un cartello. «Chiunque abbia notizie può chiamare ai cellulari qui di seguito, oppure ne dia notizie alle autorità competenti…». A quei numeri i familiari rispondono, sì, ma con tono sbrigativo. «Grazie, non ci interessa rilasciare dichiarazioni», taglia corto la cugina. Fremeva aspettando lo squillo di qualcuno che sapesse, e invece si è ritrovata uno scocciatore tra i piedi. Ha fretta di liberare il telefono, mette giù.

Russell, Giuseppe e con loro tutti gli altri: sono i “familiari degli ultimi” - gli ultimi che non hanno ancora risposto all'appello, quelli che sono inghiottiti dalla nave o riposano nel fondale - Un piccolo esercito di fantasmi che non si dà pace, e dall'India al Perù reclama una salma. Su di loro il commissario Gabrielli ha gelato ogni speranza. “Solo un miracolo…”, ha detto ieri. Ma è attorno a quel miracolo che si aggrappa ancora - da 14 lunghissimi giorni - il composito ciuffo di madri, sorelle e fratelli dei 18 dispersi della Costa Concordia, decisi a tutto pur di riabbracciare i loro cari. Il dolore li ha uniti: al Giglio si incontrano, si scontrano. Provano a decifrare un dolore gemello, da giorni fanno comunità. Si ritrovano la mattina e si salutano la sera. Frequentano una zona blindata del porto, quella dov'è il quartier generale dell'unità di crisi, strettamente sbarrato e sorvegliato dalle forze dell'ordine. Lì dentro c’è anche il ristorante Paloma, unico locale dell'isola interdetto dalle forze dell'ordine al passaggio di estranei che non siano i familiari delle vittime, i soccorritori o gli psicologi.

Ogni notte i parenti dei dispersi dormono a Porto Santo Stefano. Riposano là per stare tranquilli e non subire più lo stress di microfoni e interviste. Poi la mattina, verso le 9,30, partono per l'isola. Si imbarcano con la “Freccia del Giglio”, una grossa barca della Maregiglio usata d'estate per mini tour nell'arcipelago. La traversata è a spese della Costa. Attraccano al porto e quando scendono corrono a incontri e briefing per essere informati sulle ricerche. Se non vi sono novità raggiungono il Paloma dove restano fino al pomeriggio. Si siedono, mangiano e bevono caffè. Gli americani giocano a carte.

«Cosa sono questi?», chiedono i francesi ai ristoratori indicando i fichi secchi. E loro - Claudio Bossini e la 26enne figlia Samuela - rispondono che «sono frutti energetici, ce li porta il contadino. Mangiateli, vedrete che tirano su il morale». Loro li addentano a sguardo basso. «E questi altri?» «Sono crema di patate, tortellini in brodo e pesce in crosta».

Il tavolo è imbandito con mandarini, crostate e olio d'oliva. Si respira aria di pulito, tutto è in buon ordine. Samuela sistema le candele sulla tovaglia mentre in cucina i volontari - tra cui un ex marittimo gigliese - si destreggia ai fornelli con abilità. «Sto lavorando più ora di quando ero sulla nave…», racconta soddisfatto. E intanto i familiari dei dispersi entrano nel locale un po' per volta. Ci sono psichiatri.

«Abbiamo scelto di chiudere le porte ai giornalisti, ai curiosi e a chiunque turbi la serenità dei parenti delle vittime», racconta Samuela. «Lo abbiamo fatto per loro, per stare vicini a queste persone in un momento così….». «Mettiamo a disposizione tutto - continua il padre - Se vogliono un caffè noi glielo diamo, se vogliono parlare con noi, noi ci siamo. Cerchiamo di accontentarli, e non lo facciamo come ristoratori ma come famiglia», racconta Claudio mentre sforna i biscottini al burro.

Nel dolore si respira il calore del focolare domestico. «Perché vedete - racconta Samuela - in una situazione così drammatica e dove sono tutti scombussolati, a volte basta poco per tirare su il morale. Può servire un dettaglio, una tenda più colorata nel giardino, una parola gentile».

I francesi passano e vogliono andar in veranda. Si sistemano vicini a un tavolo dove c'è un teschio di muflone. Cercano di superare il più grande dolore del mondo. E con lo sguardo di un bambino aspettano e aspettano ancora. Senza più sapere cosa..

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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