Gioco
In 200 sull’Aurelia tra guardie e falò
L’accampamento di camionisti cresce: mangiano in strada e dormono in cabina. «Ora teniamo duro»
LIVORNO
Le strade sono la loro casa. Ma chissà da quanto tempo tutti quegli autotrasportatori non si facevano tanti chilometri a piedi, su e giù, sugli stessi duecento metri di asfalto in mezzo al traffico delle auto che entrano ed escono dalla città, agli occhi degli automobilisti incuriositi da quel branco di uomini soli al pascolo su marciapiedi generalmente deserti, e ai loro autotreni colorati parcheggiati ovunque.
Ora invece, da 72 ore, in duecento, forse trecento, forse di più, quegli uomini che ogni giorno attraversano l’Italia nella cabina di pilotaggio di bisarche e semirimorchi, in fila lentissimi sugli Appennini o incolonnati sulla prima corsia dell’A1, hanno preso possesso dei piazzali lungo l’Aurelia, dall’Eni alla Trw, e di quelli nei pressi della Darsena Toscana e del varco Galvani. Vivono lì, sulla strada come ogni giorno ma diversamente da ogni giorno. C’è chi viene da Vicenza e chi da Trieste, chi viene dalla Baviera ma parla rumeno e chi arriva da Lucca e parla napoletano. A Livorno hanno deciso di fermarsi o sono stati fermati. Perché di qui non si passa. Chi ci prova si ritrova d’improvviso davanti un nugolo di quegli uomini che con lo stesso coraggio con cui azzardano un sorpasso spesso maledetto dall’automobilista in autostrada, si lancia davanti alla motrice del collega che tenta di passare, di forzare il blocco, di finire la consegna, ignaro forse che dopo cento metri troverebbe un’altra rotatoria, un altro blocco, un altro stop. E allora quello si ferma, accosta, si prende qualche insulto ma poi si convince (più o meno), parcheggia, scende e in pochi minuti si aggrega al gruppo. Perché i problemi di uno sono i problemi dell’altro: il diesel alle stelle, l’autostrada alle stelle, il famoso euro a chilometro di incasso diventato un euro e 10 di spese. E i problemi dei padroni sono i problemi dei dipendenti. «15mila ditte a rischio fallimento» hanno scritto con lo spary su uno dei tanti lenzuoli esposti alla rotatoria tra via Pian di Rota e l’Aurelia, regno della protesta. Lì i duecento camionisti vivono da lunedì mattina. Su quel marciapiede camminano su e giù, consumano stecche di sigarette, cucinano salsicce comprate al supermercato e altre portate da cittadini solidali con la protesta. Lì bevono vino e si scaldano quando cala il sole al fuoco di tre falò alimentati da legna di vecchi mobili prima di rintanarsi nelle loro cabine turnandosi nella guardia perché approfittando della notte nessuno se ne vada e nessun altro passi dal blocco. Qualcuno ieri ha provato a fare il furbo. Dal camion parcheggiato davanti alla raffineria ha iniziato a scaricare su un furgoncino. L’hanno scoperto e hanno bloccato entrambi. «E’ ora che la gente sente la morsa della nostra protesta ed è ora che dobbiamo restare uniti - spiegano -. Quando ai supermercati mancheranno i prodotti, quando le auto resteranno ferme senza benzina, probabilmente a Roma decideranno di affrontare i nostri problemi». Loro nel frattempo resteranno lì. Senza doccia, senza stipendio, senza famiglia. «In Francia una volta ci hanno tenuti fermi un mese - racconta un autotrasportatore con qualche milione di chilometri sulle spalle -. Nevicava ma non cedettero. Ci davano da mangiare, da bere, da scaldarci. Ci avevano offerto anche di tornare a casa in treno ma figuriamoci se qualcuno avrebbe lasciato il suo camion. Un po’ costretti, restammo lì con i colleghi francesi. Dopo un mese loro ebbero quello che chiedevano. Stavolta ci proviamo noi».
Giulio Corsi
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