Esplode il disagio sociale ma il personale non c’è
Ciascun assistente ha in carico quasi mezzo migliaio di casi da seguire E intanto la Società della Salute resta solo sulla carta: praticamente un Ufo
di Juna Goti LIVORNO. «I numeri parlano da soli, non possiamo più andare avanti così: ci servono braccia e teste, almeno altri 10-15 operatori». In effetti basterebbe lasciar parlare i numeri per dare voce alla protesta che è scoppiata negli ultimi giorni tra gli assistenti sociali livornesi: quelli che fanno capo al Comune sono 22 (quasi tutte donne) e hanno chiuso il 2011 con 10.179 cartelle attive. Tradotto:ogni lavoratore deve occuparsi di 462 casi. Significa che in media, immaginando un lavoro non stop per 6 ore al giorno, 5 giorni a settimana - e senza contare i tempi per gli spostamenti e le perizie richieste dai tribunali - un operatore può anche arrivare a vedere lo stesso utente una volta ogni quattro mesi. È chiaro che le emergenze - soprattutto quelle regolate dalla normativa su minori e anziani - sono inserite in un calendario più ristretto. Ma i numeri sono comunque impressionanti. La protesta. Ecco perché, dopo essersi riuniti in assemblea, gli assistenti sociali («un gruppo così piccolo che ci chiamiamo tutti per nome») hanno deciso di inviare una lettera al sindaco, all’assessore al sociale e ai dirigenti per segnalare un «eccessivo carico di lavoro» e chiedere di essere «sollevati da eventuali altri incarichi». Intendiamoci: non sono previsti stop dei servizi in un settore delicatissimo, ma una presa di posizione forte «dettata dal nostro codice deontologico». «Perché questa situazione – ripetono a turno – potrebbe compromettere gravemente la qualità del servizio e non possiamo rischiare errori». Noi contro lo tsunami di povertà. È una delle assistenti a raccontare di cosa è fatto il lavoro quotidiano degli operatori sociali, che si muovono in una rete cittadina di strutture sanitarie, religiose, volontarie. «Man mano che le competenze sono passate dalle Asl ai Comuni – spiega - l’azienda sanitaria ha smesso di rimpiazzare chi è andato in pensione: siamo rimasti in 3 alla Asl e 22 in Comune». Tutti di ruolo, entrati per concorso. «Affogavamo già lo scorso anno – continua – ma quando non sono stati rinnovati altri 4 contratti a tempo la situazione è precipitata». Perché mentre le cose da fare aumentano le forze diminuiscono. «Abbiamo il termometro quotidiano dei disagi della città – rivendica l’operatrice – dal 2009 a oggi c’è stato un vero tsunami di povertà: incontriamo sempre più livornesi che non trovano lavoro, con la cassaintegrazione in bilico e le banche che si mangiano le case». «In più – continua – è cresciuto il numero di famiglie straniere che hanno bisogno del nostro intervento». Senza contare che «siamo sobbarcati da domande improprie». Perché funziona così: l’emergenza abitativa scoppia e rimanda all’assistenza sociale, «che però non ha i mezzi giusti per intervenire». I numeri. Cosa fa, in concreto, un’assistente sociale? Sta in trincea, guadagnandosi spesso più le lamentele e le rogne dei ringraziamenti. «Fino a qualche anno fa – spiega la donna – il servizio era puro assistenzialismo, ora l’obiettivo è costruire percorsi per uscire dal disagio». La giornata è fatta di colloqui con le famiglie, relazioni per i tribunali, servizi domiciliari. Poi le cause di separazione, l’attività di ascolto ai Punti insieme e nei segretariati. Oggi in carico ci sono 3892 anziani non autosufficienti, 3695 minori (tra abusi, maltrattamenti e delinquenza), 2144 tra senzatetto e pazienti psichiatrici che rifiutano il ricovero, 448 portatori di handicap. Parola d’ordine: riorganizzare. «Chiediamo più braccia e teste, ma non sarebbe male se da questa fase di crisi venisse fuori una riorganizzazione dei servizi». Gli assistenti fanno notare che a Livorno non esiste un centro diurno per minori («per fortuna ci sono spazi come i Salesiani che suppliscono») e chiedono di rivedere il sistema «folle» dei contributi economici. «La famiglia fa richiesta, stabiliamo che ha bisogno di 200-250 euro per mangiare, ma li vede fra quattro mesi: questo non serve a uscire dal bisogno, meglio sarebbe ottimizzare le risorse con borse lavoro». Il paradosso della società della salute. In realtà a organizzare il settore dovrebbe essere quella società che a due anni di distanza dalla nascita è ancora in fase di sturt-up. Mettiamola così: esiste un direttore, Luca Menichincheri, che ha lo stipendio di un generale, ma di fatto non ha le truppe. La società della salute è stata istituita, ma per intoppi normativi è più sulla carta che negli uffici. La Regione è ancora a caccia di soluzioni, mentre il servizio sociale affoga. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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