Gioco
"La nave si inclinava, io ho preso e sono sceso"
Le intercettazioni. Schettino, in caserma, telefona agli amici e racconta il naufragio
GROSSETO. «Non ci voglio andare più sulla nave, perché so' io che non voglio più, cambio vita, perché non la vedo tanto bene…». Solo da poco passate le 16 di sabato 14 e Francesco Schettino parla - intercettato - nella sala di aspetto della Compagnia carabinieri di Orbetello. Telefona e riceve chiamate, conversa con il secondo Ciro Ambrosio, dà spiegazioni e spiega che era stato pressato per l'inchino al Giglio. Versione del resto confermata in sede di interrogatorio di convalida davanti al gip, tre giorni più tardi, quando il comandante di Costa Concordia parla di «insistenza» per motivi di pubblicità alla nave. Conosciute queste intercettazioni, il suo difensore Bruno Leporatti dichiara oggi di trovarle del tutto compatibili con quanto dichiarato durante l’interrogatorio di convalida. A Orbetello, Schettino teme per il suo futuro ma dice di aver fatto tutto quanto in suo potere per evitare che il numero delle vittime crescesse. Le parole che risuonano nelle due sale del comando dell’Arma sono in dialetto campano, tanto che il carabiniere incaricato dell'ascolto (scelto verosimilmente anche perché in grado di capire perfettamente il dialetto) stila anche la traduzione perché i colleghi del nucleo investigativo e gli stessi magistrati comprendano letteralmente.
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L'inchino ordinato dal manager. Schettino parla con un certo Fabrizio: «Mi hanno rotto il c…, passa, passa di là, passa di là; la secca c'era ma non era segnalata dagli strumenti che avevo e ci sono passato… Fabrì, per dar retta al manager, passà da lì, passa da lì…». Verosimilmente, secondo gli investigatori, il manager dovrebbe essere il maitre Antonello Tievoli. «Andiamo a salutare il Giglio, andiamo a salutare il Giglio; stava uno scoglio sporgente e non l'abbiamo visto e ci siamo andati su. Quello che mi fa onore è che abbiamo salvato tutti quanti, tranne questi qua (riferito alle vittime), ché se non l'avessi fatto… Mi sono fidato della carta nautica e di Palombo che mi ha chiamato».
Lo squarcio immenso. Rivolgendosi a una persona chiamata "Comandante", Schettino dice: «Non so se definirla un'imprudenza ma comunque nei limiti della mia consapevolezza lo squarcio è stato immenso… Tutto quello che è successo da quel momento in poi l'ho fatto nel massimo della mia professionalità e questo potrebbe alleviare o quanto meno dare l'illusione di stare in pace con la coscienza».
L'ammissione dell'errore. Secondo il brogliaccio di una conversazione telefonica (quando chiama un certo Maurizio), Schettino «si autoaccusa dicendo che non doveva andare vicino e non doveva uscire dalla navigazione e se ne doveva sbattere i c…. Ma siccome ci sono sempre 'sti benedetti con me a bordo 'saluta a questo, saluta a quello, salutà così', ed ecco qua. Schettino riferisce che lui ha fiducia dell'azienda al cento per cento».
Ho pagato per tutto. Nella telefonata fatta a un certo Albert, il comandante spiega che era sul ponte che «tutti i venerdì passava a cena - si legge nel brogliaccio - adesso perché hanno rotto il c…, salutiamo a Palombo, salutiamo o vent, ed ecco qua adesso ho pagato per tutto quello che si sa».
Ho preso e sono sceso. Ancora al telefono con Albert, il comandante spiega che lo stanno raggiungendo la moglie con il fratello e che gli stanno portando i vestiti, «in quanto i suoi oggetti e documenti sono rimasti a bordo; ma è tornato indietro per prendere la radio e poi è andato sul ponte, poi quando ha visto che la nave si inclinava si è recato sul ponte all'aperto per vedere se la nave si aggiustasse in mezzo agli scogli; ha chiamato con il cellulare per non perdere la linea; poi quando ha capito che la nava si stava inclinando 'ho preso e sono sceso'. Inoltre dice che adesso il suo tenore di vita cambia in quanto si trova con la testa sotto e con le gambe all'aria senza sapere nulla».
Sono contento, relativamente. «Io sto bene, di superstiti ne hanno trovati una quarantina» dice Schettino parlando con la persona che deve portargli le scarpe, probabilmente un familiare. «Io sono contento, relativamente, così per il momento, così come si mettono le cose, non lo so ma va bene così».
Ciro, quanti erano i gradi? Schettino e Ciro Ambrosio, il secondo, entrambi indagati al termine di quella sera, parlano nella stessa stanza tra le 18,48 e le 19,11 di quel sabato. «Quant'eren e grad e rott?» (quanti erano i gradi della rotta) chiede Ambrosio a Schettino: «0,26, 0,25. E nella dichiarazione che tu hai dato?» . «Sì, sì, 0,26», risponde il secondo. «E comm avessm avut piglià?» (come avremmo dovuto prenderlo?). Ambrosio risponde: «Quello che amm' pigliat nun'er nu scoglie elevato, che si vedeva ad occhio nudo. Qualcosa di sommerso che nu s'verev», cioè non si vedeva, «nu ce stev niente a sott, nu s'verev nient». Schettino si conforta: «Nu c' stà stu scuogl», non c'è questo scoglio. E Ambrosio è sulla stessa linea: «Nu c'stev niente a scanzà in questo caso, se no se ver' o scuoglio», sennò si vedeva lo scoglio: è la poppa che ha preso qualcosa di sommerso. Annota il carabiniere che «il comandante chiede a Ciro cosa dicono di lui i media e Ciro gli risponde che non si fanno una ragione per quale motivo fosse passato da lì». Insomma, riassume il carabiniere, «Ciro in un primo momento cerca di dare una versione dei fatti, dicendo che non era uno scoglio che si vedeva a occhio nudo, ma era una cosa sommersa che andando dritto non c’era nulla da deviare e non vi era nessuna anomalia».
L'avvocato. Ricevendo la telefonata di una persona da lui chiamata “Comandante”, Schettino disse intercettato in caserma che «Costa gli ha messo a disposizione l'avvocato e si informa se è il caso di mettere due avvocati per la vicenda». E dice il nome dell’avvocato: Palandri.
L’intervista. Schettino si informa anche dell’effetto dell’intervista da lui rilasciata, quella della mattina di quello stesso giorno, parole che avevano subito fatto il giro del mondo. «Ma è un guaio? Cioè ho fatto male a darle?» cioè le informazioni. «Tutto sommato non ho detto nulla di sbagliato». Ancora intercettato mentre parla al telefono,Schettino ricorda che «ci fecero fare un corso», di pubbliche comunicazioni.
Devo rispondere o no? «Ma quindi loro ora sono sicuri che mi danno il fermo?» chiede in una telefonata a un avvocato. «Ma secondo te, se io dico che mi avvalgo della facoltà di non rispondere, non si inc... di più questi qua? Va bene, ma se uno va a vedere che dice la cosa com’è! E’ sbagliato? Mi dica lei! Ok, E poi... va bene» e chiude la conversazione delle 18,33 nella sala 1 della Compagnia carabinieri. Nel giro di un’ora, per Schettino scatta il fermo di indiziato.
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