Lutto
«La villa è un regalo» I periti: testamento falso
Battaglia in aula sull’eredità dalla signora Ghelardini ad Antignano Ascoltati i due agenti imputati per falso: mai approfittato di quella donna
di Federico Lazzotti
LIVORNO. La villetta all’angolo tra via della Meloria e dell’Elba sarebbe un regalo di compleanno consegnato sottoforma di testamento in due fogli scritti a mano dall’anziana ereditiera, allora ottantaquattrenne, all’’inquilina del piano di sotto, ora imputata con il marito con l’accusa di falso. Era il luglio del 1998. Ora tre dei quattro consulenti calligrafici chiamati a deporre sono pronti a giurare, fatti accertamenti e studi ai raggi-x, che almeno uno dei due fogli, e in particolare quello nel quale l’anziana dona anche la parte superiore della casa, sia «un falso» ricalcato o comunque riprodotto con qualche artificio.
Ci sono tutti gli elementi di un romanzo giallo al quale manca solo che il giudice scriva il finale nel processo che ruota attorno all’eredità di Amelia Ghelardini, scomparsa nel 2008 a 94 anni portando con sé l’unica verità che potrebbe risolvere l’intreccio.
Ieri mattina in tribunale si è svolta l’udienza chiave del processo e sono stati ascoltati per la prima volta anche i due imputati Alessio Facchin, 44 anni, e la moglie Catia Ciolfi, 49, entrambi agenti della polizia di Stato, finiti nel mirino degli inquirenti dopo la denuncia, a metà del 2008, da parte dei familiari di Amelia Ghelardini, proprietaria della casa che oggi varrebbe oltre un milione di euro e nella quale i due, a tutt’oggi, abitano.
Catia Ciolfi parte da lontano per ricostruire il rapporto di «affetto costruito negli anni» con l’anziana. «L’ho conosciuta nel 1994 perché è venuta in Questura a cercare mio marito. Aveva un problema – ricorda – perché l’allora inquilino del piano terra della sua casa di Antignano non pagava l’affitto da tre anni e voleva che venisse sfrattato». L’allontanamento coatto dell’inquilino lo fece qualche mese più tardi lo stesso agente Facchin. «Ci venne a ringraziare, sempre in Questura, cercando di invitarci a cena. Alla fine ce la cavammo con un caffé durante il quale ci spiegò che avrebbe voluto trovare due persone fidate come inquilini. Noi in quel periodo stavamo progettando il matrimonio e comprando casa davanti ai bagni Pancaldi. Poi l’affare saltò e decidemmo di andare in affitto». È in questo contesto che i due, allora fidanzati, si ricordano dell’offerta dell’anziana. «Vedemmo la casa ma servivano dei lavori – va avanti – allora ci accollammo quelle spese e pattuimmo seicento mila lire al mese: metà in contati e metà scalati dalle migliorie fatte».
Il trasloco in via della Meloria avviene all’inizio del 1995. Il rapporto tra la signora Amelia e Catia viene descritto da quest’ultima come fatto di reciproche gentilezze. «Le portavo la colazione quando finivo il turno di notte e lei mi faceva trovare la cena quando mio marito non c’era. Leggevamo in giardino e le prestavo alcuni libri. E quando litigavamo, perché a volte accadeva, mi lasciava i fiori fuori dalla porta». Tanto può bastare per regalare ai due agenti la palazzina? No, secondo i familiari della signora, ai quali l’anziana ha lasciato tre case nella zona di piazza San Marco. Durante le indagini i nipoti, attraverso il loro avvocato, Aldo Lo Piano, hanno prodotto diversi documenti, anche medici, che dimostrerebbero che la signora era afflitta, già in quel peridodo da una forma di demenza senile.
«Non ci stiamo – si sfogano – a passare da “nipotacci” e da quelli che non accudivano un loro caro. Fino all’ultimo abbiamo provato a riportarla a casa chiedendo ai due inquilini di spostarsi al piano superiore visto che Amelia ormai non camminava più. Quando abbiamo avuto l’ok del giudice – vanno avanti – era il 17 di aprile 2008 ed era troppo tardi. Un mese la morte dopo abbiamo saputo di quel testamento dal notaio».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
