Gioco
«I pirati dell’Oceano? Li abbiamo beffati così»
Parlano i sequestrati della nave di D’Alesio (poi liberati dal blitz degli inglesi) «Abbiamo affidato il nostro messaggio a una bottiglia gettata nel mare»
di Mauro Zucchelli
LIVORNO
«Il primo colpo di lanciagranate ha svirgolato in alto, sopra la ciminiera: non so se volessero mettere ko l’apparato di antenne o se avessero semmai l’intenzione di intimorirci. Fatto sta che quando abbiamo visto i pirati caricare l’arma per colpire ancora, abbiamo capito che non avevamo un istante da perdere: via dal ponte di comando, in un batter d’occhio da ogni parte della nave siamo corsi a infilarci nella cittadella-bunker della “Montecri- sto”». Stefano Mariotti, livornese doc (ma con certificato di nascita pisano, come l’altro protagonista labronico di quest’avventura), parte da qui per raccontare quegli attimi che valgono una vita. Lo fa, di fronte al taccuino del cronista, appena prima che inizi l’incontro organizzato dal Propeller al Lem: lui è lì al tavolo dei relatori insieme al comandante Diego Scussat e all’altro livornese, l’allievo ufficiale Luca Giglioli, agli armatori Nello e Nino D’Alesio, al capo della security Roberto Nulli e all’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, comandante dell’Accademia.
«Cinque secondi dopo esserci barricati all’interno dell’ area “fortificata”, – racconta – abbiamo sentito che era stata centrata la zona comando, proprio dov’eravamo noi ».
«Il rischio – avverte il comandante Scussat – sono le schegge e, mi hanno spiegato poi, l’ondata di calore. Non scherzavano affatto: subito prima avevano preso a sventagliare con il mitragliatore». Scussat dice chiaro e tondo che, in questi tempi di individualismo sfrenato, li ha salvati il fatto di sentirsi in qualche modo comunità: «Certo, gli equipaggi si avverte molto che oggi gli equipaggi sono una babele di lingue e di popoli, ma alla fine il sentirsi gruppo è stato indispensabile per agire in un attimo. Basta che uno di noi restasse fuori e i pirati lo avrebbero fatto prigioniero, le forze speciali della Nato non avrebbero potuto compiere il blitz. Ecco la differenza con altri casi simili».
Scussat dice che la differenza è anche nell’atteggiamento dell’armatore: un po’ tutte le grandi navi mercantili che fanno queste rotte internazionali ora hanno la cittadella fortificata a bordo, ma – aggiunge – «la nostra ha resistito perché era stata fatta come si deve: segno che D’Alesio tiene ai suoi equipaggi e alle sue navi». Mentre quando la centrale delle decisioni è un fondo internazionale di “gnomi della finanza” senza volto...
«Li avevamo visti arrivare da lontano», dice Giglioli: «Difficile che in mezzo all’Oceano Indiano stia facendo solo un giro un motoscafo che ti rincorre a una velocità di 25 nodi, il doppio della nostra, intanto che un peschereccio resta nelle vicinanze come appoggio».
Il bunker ha resistito agli attacchi dei pirati: «sempre più forti e disperati perché mentre arrivavano le forze speciali inglesi, per loro era indispensabile catturare uno di noi per evitare il blitz a bordo».
Invece, per dire ai commandos britannici che potevano agire, «ce l’abbiamo fatta a buttare in mare una bottiglia con un messaggio e a calar giù dalla ciminiera uno striscione: siamo tutti al sicuro».
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